
La Marina Militare Italiana sta pianificando l'invio di cacciamine a Hormuz con l'obiettivo di sminare lo Stretto mentre la guerra in Medio Oriente tra Iran, USA e Israele prosegue: a confermarlo il capo di Stato maggiore della Marina Militare, Giuseppe Berutti Bergotto, che in un'intervista ha specificato che un’eventuale missione sarebbe condotta insieme a «Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l'Olanda e il Belgio». Il piano dovrebbe prevedere l'invio di 2 cacciamine (il Crotone e il Rimini, secondo le indiscrezioni), accompagnati da un'unità di scorta e da un'imbarcazione logistica di appoggio: in tutto, quindi, si parlerebbe di 4 navi.
Non sarebbe la prima volta che i cacciamine italiani lavorano nello Stretto di Hormuz: queste navi furono già inviate nel Golfo Persico per rimuovere le mine navali durante la prima crisi del Golfo, nel 1987, e durante la successiva guerra del 1991. L'Italia, tra l'altro, è uno dei Paesi più avanzati di questo settore, con la Marina Militare che possiede 10 navi cacciamine tra le migliori al mondo, in grado di localizzare anche le mine più moderne, come quelle magnetiche o quelle di ultima generazione definite “intelligenti”.
La flotta di cacciamine della Marina Militare Italiana
L'Italia rappresenta un'eccellenza mondiale nel settore dello sminamento navale: come riportato anche dalla Marina Militare, la nostra flotta di cacciamine è composta da 10 unità suddivise in due classi: 8 appartengono alla classe Gaeta (la seconda serie) e sono entrate in servizio tra il 1992 e il 1996, mentre le altre 2 appartengono alla classe Lerici (prima serie) e risalgono al 1985.
Le otto unità della classe Gaeta – Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Viareggio, Chioggia, Crotone e Rimini– sono le più moderne e operative: le ultime due sono quelle che potrebbero essere inviate nello Stretto, secondo alcune indiscrezioni. I due cacciamine della classe Lerici ancora in servizio sono invece il Milazzo e il Vieste (le altre unità originarie, Lerici e Sapri, sono state radiate nel 2015).

Dal punto di vista costruttivo, si tratta di imbarcazioni lunghe circa 52 metri, larghe poco meno di 10 metri e con una capacità di equipaggio di circa 40-50 persone. Una caratteristica importante di queste navi è lo scafo, interamente realizzato in vetroresina rinforzata: questo materiale, infatti, a differenza dell'acciaio, garantisce contemporaneamente una totale amagneticità – cioè l'assenza di campo magnetico, che evita l'attivazione delle mine magnetiche, che si innescano rilevando le variazioni del campo magnetico – e un'elevata resistenza agli urti provocati da eventuali esplosioni subacquee, con spessori che raggiungono i 120 mm. I motori, inoltre, sono sospesi in una culla indipendente dallo scafo per ridurre al minimo le vibrazioni sonore, evitando così di far scattare le mine dotate di sensori acustici.

Come accennato, le navi cacciamine italiane furono già impiegate nello Stretto di Hormuz nel 1987, durante la prima crisi del Golfo, e successivamente durante la Guerra del Golfo del 1991, quando Italia e Francia bonificarono un'area contenente oltre 1.500 mine.
Vista l'efficienza dei modelli italiani, nel corso degli anni queste navi sono state anche acquistate dalle marine militari di altri Paesi come gli Stati Uniti, l'Australia, la Malesia, la Finlandia, la Nigeria e la Thailandia. Entro il 2029, invece, la flotta italiana verrà integrata con altre 5 navi cacciamine di nuova generazione, lunghe circa 63 metri e con un dislocamento di circa 1.300 tonnellate.
Come funzionano i cacciamine: dal sonar ai veicoli sottomarini
Ma, quindi, come funzionano questi cacciamine? Come descritto dalla Marina Militare, il funzionamento di queste navi si articola in tre fasi: ricerca, identificazione e neutralizzazione.
La prima fase è affidata al sonar, lo strumento principale di bordo: funziona come una sorta di radar subacqueo, emettendo onde sonore e analizzando l'eco di ritorno per costruire un'immagine dettagliata dei fondali. Questo consente di individuare oggetti sospetti sul fondo distinguendoli, per quanto possibile, da rocce, detriti o altri elementi naturali. In condizioni favorevoli, un singolo cacciamine è in grado di mappare fino a dieci miglia quadrate (circa 26 km2) di fondale al giorno.
Una volta individuato un bersaglio, si passa alla fase di identificazione attraverso un veicolo sottomarino filoguidato e operato da remoto (Remotely Operated Vehicle), dotato di telecamere e sensori, che viene calato in acqua e pilotato a distanza dall'equipaggio. Il ROV – in grado di navigare fino a 8 ore raggiungendo una velocità massima di 7 nodi (circa 13 km/h) e una profondità di 600 metri – si avvicina quindi all'oggetto sospetto e trasmette immagini in tempo reale alla nave madre, permettendo di determinare se si tratta effettivamente di una mina.

La terza fase, quella della neutralizzazione, può infine avvenire in due modi. Il primo, oggi più comune, prevede l'impiego dello stesso ROV, che posiziona una carica di controminamento nelle vicinanze dell'ordigno e poi rientra verso la nave, che si mantiene a circa 1.000 metri di distanza. A quel punto si procede al cosiddetto “brillamento”, ossia un'esplosione controllata che distrugge la mina in sicurezza.
In alternativa, possono intervenire direttamente i palombari della Marina Militare – gli operatori subacquei specializzati nel disinnesco di ordigni, che rappresentano il corrispettivo marino degli artificieri di terra. I palombari della Componente Cacciamine utilizzano autorespiratori a circuito semichiuso a miscela iperossigenata, che garantiscono silenziosità, bassa segnatura magnetica e lunga autonomia in immersione.
Per operare in sicurezza, i cacciamine sono anche accompagnati da una scorta navale, composta tipicamente da una fregata e da una nave logistica di appoggio: come intuibile, si tratta di un lavoro estremamente dispendioso, che richiede elevati standard di addestramento e concentrazione, ma che permette di ripristinare la sicurezza: dopo il passaggio di un cacciamine, infatti, la porzione di mare esplorata non presenta più insidie per la navigazione.
Dragamine, cacciamine e posamine: le differenze
Per le operazioni di sminamento navale, tuttavia, non vengono utilizzati solo i cacciamine: la Marina Militare, infatti, dispone anche dei dragamine. Ma qual è la differenza?
Sostanzialmente, il dragamine è la tipologia più antica, utilizzata fin dalla Prima guerra mondiale: la sua funzione è quella di bonificare ampie aree di mare da mine semplici «a bassa tecnologia» – come quelle ancorate al fondale tramite cavi o quelle galleggianti – trascinando sistemi meccanici o magnetici che provocano la detonazione degli ordigni oppure ne tagliano i cavi di ancoraggio, facendoli affiorare per poi distruggerli.
Si tratta di un metodo efficace su larga scala contro le mine semplici, ma inadatto alle moderne mine di fondo o quelle magnetiche: oggi la Marina Militare non dispone più di questi mezzi.

Il cacciamine, al contrario, agisce in modo chirurgico e mirato: non “ripulisce” contemporaneamente un'intera area, ma cerca, identifica e neutralizza ogni singolo ordigno utilizzando come abbiamo visto sonar ad alta risoluzione, veicoli sottomarini e palombari. È progettato specificamente per affrontare le mine moderne – quelle di fondo, quelle magnetiche o dotate di sensori acustici, ma anche le mine “intelligenti” – che non possono essere intercettate con le tecniche di dragaggio tradizionali. Ecco perché l'Italia ha proposto di inviare queste navi nello Stretto di Hormuz.
Da considerare, infine, ci sono anche i posamine, che hanno una funzione opposta rispetto alle altre due: si tratta di navi progettate per posare le mine in mare, non per rimuoverle. L'Italia ne ha avute in servizio tra il 1926 e la Seconda guerra mondiale, ma nel corso degli anni sono state tutte dismesse.