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6 Dicembre 2022
7:30

Siamo “malvagi”? La psicologia sociale e il controverso esperimento carcerario di Stanford

La crudeltà e la violenza umana possono essere influenzate dal contesto e dalle dinamiche di gruppo. Lo dimostrerebbe un controverso esperimento dello psicologo statunitense Philip Zimbardo, noto come "esperimento carcerario di Stanford"

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Siamo “malvagi”? La psicologia sociale e il controverso esperimento carcerario di Stanford
esperimento Stanford

Le persone nascono "cattive"? Il controverso esperimento di psicologia sociale dello psicologo statunitense Philip Zimbardo dell'Università di Stanford, realizzato nel 1971, ha cercato di spiegare, indagando il comportamento umano, come sia possibile che persone normali (diciamo "buone") possano arrivare a mettere in atto comportamenti sadici e violenti a partire dall’ambiente in cui sono immersi e dal gruppo sociale di appartenenza.

L'esperimento carcerario di Stanford consistette nell'ingaggio di 24 persone all'interno di una finta prigione per alcuni giorni: a 12 di queste fu assegnato il ruolo di guardia e alle altre 12 quello di carcerato. L'obiettivo era capire se, anche a fronte di una simulazione, i comportamenti si sarebbero modellati in funzione del ruolo assegnato e del contesto. In effetti l'esperimento diede dei risultati drammatici tanto da farlo sospendere. Nel corso del tempo, però, si è messa in serio dubbio la validità del test.

esperimento carcerario zimbardo

L'ipotesi di partenza di Zimbardo

Nel 1971, Philip Zimbardo, psicologo statunitense attivo nello studio di come il contesto sociale potesse influenzare la personalità e il comportamento umano, divenne celebre per aver condotto uno degli esperimenti psicologici e sociali più drammatici e controversi di sempre: l'esperimento della prigione di Stanford.

Zimbardo e il proprio gruppo di lavoro avevano l’obiettivo di confutare una tesi diffusa tra gli psicologici del tempo, ossia che i comportamenti violenti e antisociali che si osservano nelle carceri si potessero attribuire unicamente alle personalità degli individui (ovvero che il “male” è solamente una questione interiore e personale).

Philip_Zimbardo
Philip_Zimbardo (credit: Elekes Andor)

La tesi sostenuta dallo psicologo statunitense era invece che i comportamenti dei detenuti non erano imputabili unicamente al soggetto, ma anche al contesto nel quale le persone si trovano. In sostanza, una persona diventerebbe "buona" o "cattiva" in base alla situazione, al ruolo ricoperto e al potere che gli viene conferito.

Questo assunto in psicologia sociale viene chiamato errore fondamentale di attribuzione. Si tratta della nostra tendenza a spiegare il nostro comportamento e quello delle altre persone unicamente in termini di tratti di personalità, sottostimando la forza dell’influenza sociale e del contesto.

psicologia sociale gruppo

L’organizzazione dell’esperimento di Stanford

Il primo passo per organizzare l'esperimento di Stanford fu quello di trovare delle persone disposte a partecipare: venne pubblicato un annuncio su un quotidiano locale e, dei 75 candidati (tutti di sesso maschile), gli sperimentatori ne scelsero 24. Ciascuno di loro venne sottoposto a colloqui diagnostici e test di personalità per assicurarsi che nessuno manifestasse problemi psicologici particolari, disabilità mediche o precedenti di criminalità o abuso di droghe.

Successivamente i ragazzi furono assegnati in maniera casuale al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie. Per rendere ancora più realistico l’esperimento, Zimbardo aveva riprodotto meticolosamente la struttura di una prigione e aveva chiesto di eseguire l’arresto dei detenuti senza preavviso.

esperimento carcere stanford

Per entrambi i gruppi era riservato un trattamento specifico:

  • I prigionieri furono costretti a indossare divise con numeri identificativi sul petto e sulla schiena, a sostituzione dei loro veri nomi (l'uso dei numeri era un modo per far sentire i prigionieri anonimi e de-umanizzati)
  • Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole scuri a impedire il contatto visivo con il prossimo. Avevano in dotazione manganelli, fischietti e manette proprio come veri agenti di polizia.

Alle guardie non fu specificato nessuna strategia di comportamento per gestire i carcerati e i ricercatori avrebbero osservato il comportamento dei prigionieri e guardie con telecamere nascoste e microfoni.

risultati esperimento stanford

Lo svolgimento dell'esperimento

Durante la notte del primo giorno i prigionieri vennero svegliati per la conta: per aver tentato di rivendicare la propria autonomia le guardie iniziarono a punirli obbligandoli a fare delle flessioni. Il primo giorno trascorse comunque senza grossi problemi, ma la mattina del secondo giorno i prigionieri iniziarono a ribellarsi barricandosi nelle celle.

Già dopo solo un paio di giorni, i primi episodi di violenza di rivolta portarono le guardie a comportamenti al limite del sadico e i prigionieri iniziarono a manifestare sintomi di sottomissione verso le guardie, le quali a loro volta non solo non smettevano di vessarli, ma soprattutto sembravano provare un certo gusto nel farlo.

comportamento sociale prigione

I ricercatori dovettero interrompere lo studio per garantire l’incolumità dei partecipanti, ma il risultato si era già rivelato eclatante: quando ci si trova ad agire all’interno di dinamiche sociali e di gruppo si possono verificare episodi in cui si perde autoconsapevolezza e autocontrollo.

Questo fenomeno, definito de-individuazione, aveva portato i soggetti coinvolti a mettere da parte la propria responsabilità personale, dimostrando come il contesto potesse trasformare persone normalissime in elementi totalmente fusi con il gruppo e con i suoi obiettivi.

Considerazioni finali e critiche

La riflessione di Zimbardo riprende le considerazioni di Gustave Le Bon in riferimento alle masse: Le Bon sosteneva che quando le persone sentono di appartenere a un gruppo sono portate a vedere sé stesse solo in termini di quella identità e quella appartenenza, lasciando da parte la propria responsabilità personale (le norme, le acquisizioni morali e civili del singolo). La massa risulta impulsiva, mutevole, influenzabile, acritica soprattutto in quei contesti in cui emergono simboli di potere (guardie, manganelli) e l’anonimato (occhiali da sole, il numero al posto del nome).

critiche esperimento stanford

È bene però ricordare che l’esperimento è stato ampiamente criticato:

  • In primo luogo, perché non ha soddisfatto gli standard stabiliti da numerosi codici etici e da un rigoroso metodo scientifico: infatti non è replicabile.
  • In più risulta poco generalizzabile, ad esempio da un punto di vista di genere o di età, e non tiene conto di tante variabili implicate (ambientali, situazionali ecc.).

Nonostante le critiche, però, rimane un importante caso di studio di come la situazione può influenzare il comportamento umano.

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