
A partire dal 2011, dalla crisi dei debiti sovrani, è iniziata per l'Italia una nuova emigrazione, conosciuta come "fuga dei cervelli", più di 700.000 giovani tra i 18 e i 34 anni sono usciti dal Paese al netto dei rientri. Come fare, quindi, per rendere il Paese di nuovo attrattivo? Intorno a questa domanda si sviluppa il rapporto "Giovani Expat. Come farli tornare", pubblicato dal Cnel il 7 settembre 2026 ed elaborato da REF Ricerche con Questlab. Questo studio fa una cosa nuova: chiede a chi è partito perché lo ha fatto e a quali condizioni tornerebbe. Hanno risposto in 2.532, di questi 1.803 questionari sono entrati nell'analisi. Un'avvertenza utile fin da subito: il questionario era aperto e online, e il 93% di chi ha risposto ha almeno una laurea, contro il 41% degli espatri reali registrati dall'Istat. Quella che segue è la voce dei giovani laureati emigrati, non di tutti gli emigrati.
Quanti sono i giovani italiani che se ne vanno e da dove partono: il rapporto Cnel 2026
Tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l'Italia, al netto dei rientri, 441mila giovani tra i 18 e i 34 anni: un ventesimo dei giovani italiani residenti. Nello stesso periodo la fascia 18-34 si è ridotta di 1,2 milioni di persone e il 38% di quel calo è spiegato dall'emigrazione. Il 2024 è l'anno peggiore della serie: 77.897 cancellazioni contro una media di periodo di 45mila, e appena 16.833 rientri.
A distinguere questa ondata da quelle del Novecento è chi parte. Nel 2024 il 40% degli emigrati 18-34enni era laureato, nel 2012 la quota era del 25,7%. E si parte dalle regioni più ricche: in valore assoluto guidano Lombardia, Veneto e Sicilia.
Il rapporto introduce però una correzione non da poco. Ricalcolando i flussi per luogo di nascita invece che per ultima residenza, le cancellazioni attribuite al Nord scendono da 307mila a 224mila (-27%), quelle del Sud, invece, solo del 13%: questo vuol dire che una parte degli "emigrati lombardi" erano meridionali trasferitisi prima al Nord. Lo stesso filtro ridimensiona i rientri, perché circa un terzo dei giovani italiani iscritti dall'estero è nato fuori dall'Italia.
Cos'è l'indice Isfm e perché il saldo migratorio positivo non basta
L'obiezione più comune è che l'Italia abbia comunque un saldo migratorio ampiamente positivo. È vero, ed è l'immigrazione a reggere la popolazione giovane: i 18-34enni residenti sono passati da 15,2 milioni nel 1994 a 10,4 nel 2025, e senza gli arrivi dall'estero sarebbero 8,4. Ma quella domanda misura quanti giovani ci sono, non quanto l'Italia sia competitiva.
Per rispondere a quest’ultima domanda il Cnel ha elaborato l'Indice sintetico dei flussi migratori (Isfm): quanti giovani cittadini di un Paese emigrano verso gli altri Paesi avanzati, diviso quanti giovani di quei Paesi arrivano lì. Più il valore è basso, più il Paese è attrattivo. Il confronto tra Paesi con pari economie e indici di sviluppo è fondamentale, perché solo tra sistemi simili per reddito e diritti il movimento migratorio misura l'attrattività invece del divario di sviluppo.
Secondo i dati Eurostat la Svizzera segna 0,3, Regno Unito e Austria 0,4, gli altri oscillano intorno all'unità. L'Italia sta a 14,5, un valore tra i più alti dei Paesi avanzati. Sui dati Istat, bilaterali, lo scambio con la Svizzera è di 44 a 1, con il Regno Unito di 18 a 1, con Germania e Irlanda di 13 a 1.
Anche l'Isfm regionale dice qualcosa di controintuitivo: va dal 5 della Toscana e del Lazio al 30 della Calabria, ma nel Mezzogiorno il valore è alto soprattutto perché non arriva quasi nessuno, non perché si parta più che altrove.
Come si calcolano i 16 miliardi di euro persi ogni anno
È la cifra destinata a circolare più di ogni altra, e conviene sapere da dove arriva. Non misura la produttività persa: stimare il reddito che quelle persone avrebbero prodotto in Italia sarebbe corretto in teoria ma impraticabile. Il Cnel ha quindi usato una proxy, cioè quanto è costato formare chi se ne va.
Il conto somma la spesa pubblica per l'istruzione, dalla primaria alla terziaria secondo i valori Ocse, e la spesa delle famiglie per crescere un figlio fino ai diciotto anni: 175.642 euro, stima Federconsumatori 2020 aggiornata ai prezzi del 2024. Il totale è di 159,5 miliardi per il periodo 2011-2024. Concentrandosi sul triennio 2022-24, che riflette meglio la composizione attuale per titolo di studio, si arriva a 16 miliardi l'anno, quasi un punto di PIL.
È una stima per difetto, e il rapporto lo dichiara: restano fuori nidi e scuola dell'infanzia, sanità, trasporti. L'impatto è poi asimmetrico. In valore assoluto guida la Lombardia, con 28,4 miliardi cumulati, ma in rapporto al PIL regionale l'emorragia più forte è in Calabria e Alto Adige, intorno all'1,7%, contro lo 0,5% di Emilia-Romagna e Lazio.
Perché lasciano l’Italia e cosa chiedono gli expat: retribuzioni, merito e uguaglianza di genere
Le retribuzioni basse sono la ragione della partenza per l'88%, seguite dalla cultura del lavoro arretrata (80,7%) e dalle competenze poco valorizzate (74,6%). In fondo ci sono la qualità della vita (30,9%) e il clima culturale (29,2%). Sul rientro, l'83% indica come estremamente rilevante l'aumento degli stipendi e il 72% le opportunità adeguate, mentre alloggi e servizi chiudono la classifica.
Il divario retributivo è documentato: a parità di potere d'acquisto, tra il 2000 e il 2024 la posizione italiana è passata da un vantaggio dell'1% a un ritardo del 7% verso la Spagna, da +14% a +36% verso la Germania, da +39% a +71% verso la Svizzera.
Il filo più interessante è però quello di genere. Gli uomini indicano le retribuzioni come priorità unica nel 61,7% dei casi, le donne nel 43,5%, e queste ultime puntano di più sulle opportunità di lavoro (24,7% contro 12,9%). Il 38,6% delle donne si vede sicuramente ancora all'estero tra cinque anni, contro il 25,3% degli uomini.
Il Plan de Retorno spagnolo e la legge dell'Emilia-Romagna
Nel rapporto il CNEL descrive due modelli che potrebbero essere presi ad esempio per strutturare le politiche di rientro, il Plan de retorno a España e la legge regionale it-ER international talents dell’Emilia-Romagna. Il primo è stato presentato nel 2019 con l'obiettivo di "fare della Spagna un Paese per tornare": cinquanta misure distribuite su dieci ministeri, oltre 24 milioni di euro nel primo biennio, uno sportello unico e la revisione della cosiddetta "legge Beckham", il regime fiscale agevolato che, chiedendo dieci anni di residenza all'estero, escludeva proprio gli espatriati recenti. Il programma pilota, su 200 partecipanti, ha prodotto 58 rientri, ma è partito poche settimane prima della pandemia; a inizio 2025 è stato annunciato un nuovo piano statale.
La seconda è la legge regionale 2/2023 dell'Emilia-Romagna, prima legge-quadro organica italiana sull'attrazione dei talenti, affiancata dal programma it-ER attivo dal 2019. La differenza rispetto a Madrid è l'ampiezza del bersaglio: non solo chi è emigrato, ma anche i talenti stranieri e quelli di altre regioni italiane.
È nella conclusione che il Cnel arriva alla tesi più netta. Quando i giovani parlano di politiche si riferiscono a quelle aziendali: nella classifica delle condizioni per il rientro tutto ciò che dipende dalle imprese sta in cima, ciò che compete allo Stato sta in fondo. Da qui la domanda finale, che vale come programma: sono le imprese a dover aumentare la domanda di alta istruzione, o è il Paese a doversi accontentare di restare meno istruito?