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5 Agosto 2026
18:30

Hiroshima e Nagasaki, la ricostruzione minuto per minuto del disastro nucleare del 1945

Il 6 e il 9 agosto 1945 vennero sganciate due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, mettendo la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale. Ma cosa accadde esattamente in quelle ore?

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Hiroshima e Nagasaki, la ricostruzione minuto per minuto del disastro nucleare del 1945
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Il 6 agosto del 1945 gli Stati Uniti, per ordine di Harry Truman, sganciarono su Hiroshima la prima bomba atomica, e appena tre giorni dopo ne sganciarono un’altra su Nagasaki, causando complessivamente più di 214 mila vittime. Questa tragica scelta – responsabile di oltre 214 mila vittime – fu compiuta per costringere il Giappone alla resa immediata, evitare una sanguinosa invasione di terra e dimostrare la propria supremazia di potenza alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma cosa accadde esattamente in quelle ore, durante il primo attacco nucleare della storia? Oggi ripercorriamo passo passo la sequenza di eventi che, dal decollo dei B-29 Superfortress, portò alla distruzione di due intere città.

Hiroshima, 6 agosto 1945

Ore 2:45 di notte. Dall'aeroporto North Field , sull’isola di Tinian nel mezzo dell'Oceano Pacifico, decolla il bombardiere B-29 Superfortress ribattezzato "Enola Gay" – che era il nome della madre del comandante, il colonnello Paul Tibbets. Nella pancia dell'aereo c'è Little Boy, bomba atomica all'uranio, e insieme all'Enola Gay decollano altri due B-29 di osservazione scientifica chiamati “il grande artista” e “il male necessario”, entrambi carichi di strumenti di misurazione e di fotografi.

Ore 3:10. Il capitano William Parsons, responsabile tecnico dell'armamento, scende nel vano bombe in volo e completa l'armamento della bomba inserendo le cariche propulsive. La scelta di farlo in volo – invece che a terra prima del decollo – era una precauzione: se l'aereo fosse precipitato al decollo, come era già successo in passato con altri B-29, una bomba già armata avrebbe causato una catastrofe sull'isola stessa.

Ore 7:30. A circa due ore dal bersaglio, Tibbets prende il microfono interfono e parla all'equipaggio per la prima volta della reale natura della missione. Dice "Trasportiamo la prima bomba atomica del mondo."

8:09, ora di Hiroshima. In città suona l'allarme aereo. La gente si rifugia nei ricoveri. Qualche minuto dopo però l'allarme rientra: i radar rilevano solo tre aerei, interpretati come ricognitori meteorologici di routine. La gente torna nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole. L'Enola Gay intanto vola a 9.600 metri di quota.

Ore 8:14 e 30 secondi. Il bombardiere apre il vano bombe. Il miratore individua il bersaglio: il ponte Aioi, al centro della città, riconoscibile dalla sua caratteristica forma a T.

Ore 8:15 e 15 secondi. Il ponte radio urla "Bomb away." Little Boy viene sganciata. L'Enola Gay, alleggerito di quasi cinque tonnellate, scatta verso l'alto e compie immediatamente una virata evasiva a 155 gradi a tutta potenza per allontanarsi il più rapidamente possibile.

Ore 8:16 e 02 secondi. Quarantatré secondi di caduta libera. A circa 600 metri di quota sopra l'ospedale – leggermente spostata rispetto al ponte Aioi per via del vento – i sensori barometrici della bomba rilevano la quota prestabilita e innescano la detonazione.  In un decimo di secondo si forma una palla di fuoco di quasi 300 metri di diametro. La temperatura al suolo raggiunge istantaneamente i 4.000 gradi Celsius – abbastanza da fondere il granito. Le persone entro un raggio di mezzo chilometro dall'ipocentro vengono letteralmente vaporizzate: di loro rimane soltanto un'ombra impressa sull'asfalto o sui muri di cemento. Poi arriva l'onda d'urto a oltre 1.500 chilometri orari, che rade al suolo la quasi totalità degli edifici in legno della città. Sulla città si alza il fungo atomico, visibile a centinaia di chilometri di distanza.

Dall'Enola Gay, il copilota Robert Lewis scrive sul suo diario di bordo: "Mio Dio, cosa abbiamo fatto?".
Tre giorni dopo, però, gli americani dimostrano che non si era trattato di un evento isolato. Erano pronti a sganciare anche Fat Man. Ed ecco anche perché, quel 9 agosto, Nagasaki fu a sua volta rasa al suolo.

Nagasaki, 9 agosto 1945

Ore 3:47. Un altro B-29, il "Bockscar", comandato dal maggiore Charles Sweeney, decolla dalla stessa base militare dell’Enola Gay con Fat Man a bordo – la seconda bomba atomica, al plutonio. Il bersaglio primario, a differenza di quello che potremmo pensare, non è Nagasaki ma Kokura, un’ importante città arsenale nella parte settentrionale dell'isola di Kyushu.

Ora locale 9:44. Il Bockscar arriva su Kokura dopo un volo complicato da problemi tecnici alla pompa del carburante di riserva. Ma la città è avvolta da foschia e dal fumo di un bombardamento incendiario effettuato il giorno prima su una città vicina. Il pilota compie tre passaggi sulla città senza riuscire a vedere il bersaglio visivamente, come richiesto dal protocollo. Nel frattempo la contraerea giapponese inizia a sparare e compaiono i primi caccia nemici.

Ore 10:32. Il Bockscar è pericolosamente a corto di carburante – ne ha abbastanza per raggiungere un solo obiettivo alternativo. La decisione è drammatica: si vira verso Nagasaki, l'unico obiettivo secondario raggiungibile, 150 chilometri più a sud. Kokura si salva per una nuvola, tant’è che ancora oggi i giapponesi dicono "la fortuna di Kokura" per descrivere uno scampato pericolo.

Ore 10:58. Anche Nagasaki è parzialmente coperta di nuvole. Però, a pochi secondi dalla finestra temporale disponibile, uno squarcio si apre nel cielo.

Ore 11:02. Fat Man viene sganciata, a oltre 2 chilometri dal punto di mira ideale. Esplode a circa 500 metri di quota sulla valle industriale di Urakami. I 21 chilotoni si liberano. La topografia collinare della valle contiene parzialmente la devastazione, impedendo all'onda d'urto di espandersi liberamente su tutta la città… Ma metà di Nagasaki viene comunque spazzata via.

Le conseguenze storiche degli attacchi

Descrivere quello che successe nelle ore e nei giorni successivi agli attacchi di Hiroshima e Nagasaki è la parte più difficile. A Hiroshima, nell'istante dell'esplosione, morirono tra le 70.000 e le 80.000 persone istantaneamente. A Nagasaki circa 40.000. Entro la fine del 1945, considerando chi morì di ferite, ustioni e radiazioni, il bilancio salì a circa 140.000 vittime a Hiroshima e 74.000 a Nagasaki. Più del 90% erano civili. In totale, oltre 214.000 morti.

I medici nei pochi ospedali rimasti in piedi operavano senza medicine, senza attrezzature, in tendopoli di fortuna. E iniziarono a vedere qualcosa che non avevano mai visto prima: sintomi assurdi nei sopravvissuti. Persone che dall'esterno sembravano incolumi – lontane dall'ipocentro, senza ustioni visibili – iniziavano ad ammalarsi gravemente nel giro di ore o giorni. Nausea violenta, vomito continuo, febbre alta, emorragie spontanee alle gengive, crollo dei globuli bianchi. E poi quel sintomo che terrorizzò la gente più di qualsiasi altro: la perdita massiccia di capelli, a ciocche intere, in pochi giorni. Quella era la sindrome acuta da radiazioni, causata dall'esposizione alle radiazioni ionizzanti, capaci di penetrare i tessuti e danneggiare il DNA delle cellule.

Chi sopravvisse a tutto questo venne chiamato Hibakusha, che in giapponese significa letteralmente "persona colpita dall'esplosione". Per decenni continuarono a pagare il prezzo: un'incidenza enormemente più alta di leucemie nei 5-10 anni successivi, poi di tumori solidi – alla tiroide, al polmone, al seno – per tutto l'arco della vita. E poi una stigmatizzazione sociale pesantissima: molti Hibakusha nascondevano la loro condizione per paura di essere discriminati nel lavoro o nel matrimonio. Il 15 agosto 1945, l'imperatore Hirohito parlò alla nazione per radio per la prima volta nella storia, in un discorso trasmesso in un giapponese così formale e arcaico che molti cittadini faticavano a comprenderlo. Dichiarava l'accettazione della resa incondizionata e il 2 settembre 1945, i delegati giapponesi firmarono i documenti di resa sulla corazzata USS Missouri, ancorata nella baia di Tokyo.

La Seconda Guerra Mondiale era ufficialmente conclusa.

Sono un geologo appassionato di scrittura e, in particolare, mi piace raccontare il funzionamento delle cose e tutte quelle storie assurde (ma vere) che accadono nel mondo ogni giorno. Credo che uno degli elementi chiave per creare un buon contenuto sia mescolare scienza e cultura “pop”: proprio per questo motivo amo guardare film, andare ai concerti e collezionare dischi in vinile.
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