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14 Settembre 2026
18:30

I ghiacciai stanno fondendo sempre più in fretta: i dati globali, le conseguenze e cosa possiamo fare

I ghiacciai mondiali si fondono a ritmi record, complici le attività umane e il riscaldamento globale, contribuendo al sollevamento dei mari. Il ritiro dei ghiacciai minaccia le riserve idriche montane e accresce rischi come le frane o alluvioni glaciali (GLOF). Per limitare i danni serve tagliare le emissioni di CO2 e adattare la gestione del territorio.

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I ghiacciai stanno fondendo sempre più in fretta: i dati globali, le conseguenze e cosa possiamo fare
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I ghiacciai del pianeta stanno perdendo massa a un ritmo elevato e in accelerazione. Nel solo anno idrologico 2025, i ghiacciai al di fuori delle grandi calotte di Groenlandia e Antartide hanno perso 408 ± 132 gigatonnellate di massa, equivalenti a circa 1,1 ± 0,4 mm di innalzamento del livello medio globale del mare, come riporta WGMS Network (2026). Dal 1975 al 2025 la perdita cumulata è stata di 9.583 ± 1.211 Gt, e sei dei sette anni con le perdite più elevate della serie si sono verificati negli ultimi sette anni.

Un secondo quadro indipendente arriva dal progetto GlaMBIE, pubblicato su Nature nel 2025. Tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai hanno perso in media 273 ± 16 Gt all’anno. Il dato più significativo è l’accelerazione: la perdita media è passata da 231 ± 23 Gt/anno nel 2000-2011 a 314 ± 23 Gt/anno nel 2012-2023, un aumento del 36 ± 10%. Nel 2023 è stato registrato il massimo della serie, con 548 ± 120 Gt perse in un solo anno.In Europa centrale il cambiamento è particolarmente rapido: nel 2023 la massa glaciale risultava circa il 39% inferiore a quella del 2000.

Siamo in un periodo interglaciale: è normale che i ghiacciai si fondano?

Il monitoraggio internazionale coordinato dei ghiacciai iniziò nel 1894, inizialmente attraverso misure delle variazioni delle fronti glaciali. Le misure dirette del bilancio di massa su interi ghiacciai si diffusero dalla fine degli anni Quaranta. Oggi le osservazioni sul campo vengono integrate con altimetria, gravimetria, modelli digitali di elevazione e immagini satellitari. La serie globale aggiornata del WGMS ricostruisce la perdita di massa dal 1975, mentre GlaMBIE fornisce una serie annuale globale omogeneizzata dal 2000 al 2023.

Circa 23.000-19.000 anni fa la Terra si trovava nel Last Glacial Maximum, il massimo dell’ultima glaciazione. Il livello medio globale del mare era allora circa 125-134 metri più basso di oggi perché enormi volumi d’acqua erano immagazzinati nelle calotte continentali. La successiva deglaciazione portò il pianeta nell’Olocene, l’attuale periodo interglaciale, iniziato circa 11.700 anni fa.

Questo contesto è essenziale: i ghiacciai hanno sempre risposto alle variazioni climatiche naturali. Tuttavia, non è corretto descrivere il ritiro attuale come una semplice prosecuzione della fine dell’ultima glaciazione. L’IPCC conclude che il riscaldamento causato dalle attività umane è stato il principale driver della recessione globale dei ghiacciai dall’inizio del XX secolo e che l’influenza umana è molto probabilmente il principale driver del ritiro quasi universale osservato dagli anni Novanta. Il comportamento recente è considerato altamente insolito su almeno gli ultimi 2.000 anni.

Quali sono le conseguenze del ritiro dei ghiacciai

La perdita di ghiaccio terrestre contribuisce direttamente all’innalzamento del livello del mare. Tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai hanno aggiunto circa 18 ± 1 mm al livello medio globale; dal 1975 al 2025 il contributo cumulato è stimato in 26,4 ± 3,3 mm.

Cambiano anche i regimi dei fiumi. Durante una prima fase di forte fusione, l’acqua di disgelo può aumentare la portata; superato il cosiddetto “peak water”, però, il ghiacciaio è diventato talmente piccolo da fornire meno acqua, soprattutto nei periodi secchi. Questo può avere conseguenze su agricoltura, acqua potabile ed energia idroelettrica. Il rapporto UNESCO/UN-Water 2025 ricorda che circa 2 miliardi di persone dipendono dalle acque di montagna e che queste contribuiscono al 55-60% dei flussi annuali globali di acqua dolce: valori che riguardano l’intero sistema montano, non soltanto i ghiacciai.

Il ritiro glaciale modifica infine i pericoli naturali. Nuovi laghi possono formarsi davanti o sopra i ghiacciai; se uno sbarramento naturale cede o una valanga entra nel lago, può innescarsi un GLOF, una piena improvvisa da lago glaciale. Uno studio pubblicato su Nature Communications stima che circa 15 milioni di persone siano potenzialmente esposte agli impatti dei GLOF e che il 62% di questa popolazione si trovi nell’High Mountain Asia.

Il disastro del Nepal del 26 agosto 2026: perché non è un classico GLOF

Le evidenze disponibili nei giorni successivi all’evento indicano che il disastro al confine tra Nepal e Tibet sia stato innescato da una grande valanga di ghiaccio e roccia, seguita da un debris flow e da una piena catastrofica. La WMO ha sottolineato che la dinamica esatta è ancora in fase di studio e che una possibilità è la formazione temporanea di uno sbarramento di detriti nel corso d’acqua, poi superato o collassato. Le immagini satellitari confrontate da Reuters mostrano il distacco di una parte del ghiacciaio vicino al Langtang Lirung tra il 24 e il 26 agosto.

È quindi importante non usare automaticamente il termine GLOF per qualunque alluvione di origine glaciale. In alta montagna i disastri più gravi possono essere “cascading hazards”: sequenze in cui crolli di roccia, ghiaccio, acqua e detriti si alimentano a vicenda.

Cosa possiamo fare per ridurre i rischi dovuti alla perdita

Sul lungo periodo, ridurre le emissioni di gas serra limita il riscaldamento e quindi la quantità di ghiaccio che perderemo. I modelli mostrano differenze molto grandi tra livelli di riscaldamento: uno studio del 2025 pubblicato su Nature Climate Change stima che, in termini di numero di ghiacciai, vicino al 50% di quelli attuali potrebbe rimanere nel 2100 in uno scenario di +1,5 °C, circa il 20% in uno scenario intorno a +2,7 °C e meno del 10% a +4 °C.

A livello locale, però, serve anche adattamento: monitoraggio con satelliti e sensori, sistemi di allerta precoce, condivisione transfrontaliera dei dati, abbassamento controllato del livello di alcuni laghi glaciali, mappe di pericolosità, vie di evacuazione e pianificazione territoriale. Nei settori di valle esposti ai fenomeni più estremi, ridurre il rischio può significare soprattutto non aumentare l’esposizione: evitare nuove costruzioni nelle traiettorie di piena e, nei casi più critici, valutare la delocalizzazione di infrastrutture o insediamenti.

Non significa che tutte le valli di montagna siano inabitabili. Significa che un clima più caldo cambia la geografia del rischio e che la risposta più efficace non è sempre rendere un edificio più resistente: a volte è spostare persone e infrastrutture fuori dalla traiettoria del fenomeno.

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Andrea Moccia
Direttore editoriale
Sono nato nell'Agosto del 1985, a Napoli. Mi sono pagato gli studi universitari vendendo pop-corn e gelati nelle sale di un Cinema. Ho lavorato per dieci anni in giro per il mondo, di cui sette all'Istituto nazionale francese dell'energia, in qualità di geologo e team manager. Nel 2018 a Parigi, per gioco, è nata Geopop, diventata nel 2021 una azienda del gruppo Ciaopeople. Sono dell'idea che la cultura sia la più grande ricchezza per un Paese e ho deciso di dedicare la mia vita per offrire un contributo e far appassionare le persone alla conoscenza. Col sorriso :)
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