
"Quando inizierà a camminare?" È la classica domanda di ogni genitore. Di solito, i primi passi avvengono intorno a un anno di vita, ma la finestra considerata "fisiologica" è molto più ampia, fino ai 18 mesi. Ma perché la natura sceglie proprio questo momento? A differenza degli altri animali, la nostra postura bipede ha bisogno di un gran lavoro di coordinamento e di strutture cerebrali specifiche che maturano con il tempo. Alcuni fattori esterni, come il momento del parto, l'uso di girelli o le pratiche di gioco, possono diminuire o aumentare il tempo necessario a camminare autonomamente. Un momento in cui anche il linguaggio e la comunicazione dei piccoli umani esplode, proprio grazie alla conquista della posizione eretta e di una visione più ampia e panoramica.
Dal gattonare al camminare: quando iniziano i primi passi e la variabilità dell’età
Una delle maggiori fonti di ansia per i neogenitori è il confronto con gli altri bambini: "Il figlio della mia amica cammina già, perché il mio no?". In realtà, la finestra temporale in cui i bambini compiono i primi passi in totale autonomia è estremamente ampia e varia dagli 8 ai 18 mesi di età! La media generale riscontrata in diverse ricerche indicano che l'età media per l'inizio del cammino autonomo si aggira intorno ai 12-13 mesi, ma è appunto solo una media: non c'è da preoccuparsi se il bambino inizia più tardi, visto che il range è molto più ampio. In ambito clinico, questo traguardo è spesso definito in modo molto preciso, ad esempio come la capacità del bambino di fare almeno cinque passi consecutivi senza alcun supporto esterno o senza cadere. Ma come si arriva a questa conquista?
Gli scienziati dello sviluppo Schneider e Iverson parlano di un fenomeno affascinante chiamato "equifinalità": ci sono molti percorsi diversi che portano allo stesso identico risultato. Alcuni neonati gattonano su mani e ginocchia, altri si spostano strisciando sul sedere, altri ancora si alzano precocemente e camminano lateralmente aggrappandosi ai mobili del soggiorno (una pratica nota come "cruising"). Prima ancora di lasciare le mani dei genitori, i bambini accumulano un'enorme quantità di esperienza motoria. Durante il gioco libero, un bambino che sta imparando a muoversi può trascorrere fino al 75% del suo tempo in movimento, accumulando migliaia di passi e innumerevoli tentativi ogni giorno. Questo enorme volume di pratica supportata serve a costruire la forza muscolare e la coordinazione necessarie a camminare.
Perché gli animali lo fanno da subito mentre i bambini ci mettono circa un anno di tempo
Mentre molti animali, come i puledri o i vitelli, si alzano in piedi e camminano poche ore dopo la nascita, i cuccioli d'uomo necessitano, come abbiamo visto, di un periodo molto più lungo per padroneggiare una locomozione indipendente.
A differenza della stragrande maggioranza dei mammiferi, che si poggiano su quattro zampe e quindi hanno una base di appoggio più ampia e stabile, la camminata umana è eretta e bipede, una caratteristica unica della nostra specie. Muoversi su due gambe è un'impresa di ingegneria fisica: richiede di imparare a bilanciarsi su una base d'appoggio minuscola, sviluppando gradualmente una forza muscolare e un controllo posturale del tronco enormi per riuscire a contrastare costantemente la forza di gravità.
Il lungo periodo prima di riuscire a sganciarsi e camminare fa dunque parte di una precisa strategia evolutiva. Avere un periodo sensibile molto lungo per imparare a camminare permette agli esseri umani di adattarsi in modo plastico al proprio ambiente locale, sperimentando soluzioni motorie diverse e accumulando mesi di pratica e tentativi prima di alzarsi definitivamente in piedi.
Come rivela un'analisi di Nature Human Behaviour su 70000 bambini in tutta Europa, l'età a cui si comincia a camminare sembra essere legata anche al proprio progetto genetico che determina la maturazione delle strutture cerebrali necessarie per l’equilibrio e il movimento. Anche la “storia fisica” del neonato ha una sua rilevanza: bambini nati prematuri o sottopeso tendono a mostrare un leggero ritardo nell'acquisizione del cammino rispetto ai nati a termine. Una revisione sistematica del 2021 riporta che nei nati pretermine, infatti, la traiettoria di sviluppo verticale e il controllo dei movimenti contro la forza di gravità richiedono più tempo per consolidarsi del tutto.
Gli studi scientifici sulla sezione aurea
Quando i bambini iniziano a camminare senza appoggio, i loro primi passi sono spesso esitanti, caratterizzati da una base molto larga, passi corti, e frequenti cadute. In che modo passano da questa goffaggine a una camminata fluida e sicura? La ricerca pubblicata su Developemental Psychobiology indica che il miglior predittore dell'abilità di cammino non è tanto l'età del bambino né le sue dimensioni corporee, bensì i "mesi di cammino", ovvero la pura e semplice esperienza accumulata dal momento in cui ha iniziato a muovere i primi passi indipendenti. Con il passare delle settimane, i passi diventano più lunghi, più stretti e molto più veloci.
Ma l'aspetto forse più sorprendente e poetico della locomozione umana è la sua armonia matematica. Negli adulti sani che camminano a una velocità confortevole, il rapporto tra la durata dell'intero ciclo del passo e la fase di appoggio sul terreno, e allo stesso tempo tra la fase di appoggio e la fase di oscillazione della gamba in aria, converge verso un numero specifico: 1,618. Questo numero è celebre in matematica e nell'arte come "sezione aurea".
Uno studio portato avanti tra Roma e Amsterdam ha monitorato i bambini prima, durante e dopo i loro primissimi passi e ha scoperto che la proporzione aurea non è presente nei riflessi motori neonatali e non appare nemmeno al momento esatto dei primi passi indipendenti. È solo dopo aver accumulato un po' di esperienza di cammino senza supporto che il ritmo dei loro passi inizia a convergere naturalmente verso questa proporzione. Pensate a qualcuno che impara a suonare il pianoforte: le prime volte preme i tasti giusti, ma il ritmo è meccanico, rigido e frammentato. Solo con l'esercizio quotidiano il movimento delle dita diventa fluido e la melodia assume una cadenza musicale naturale.
L'ambiente circostante: cosa frena e cosa favorisce i primi passi?
Molti genitori si chiedono se certe scelte possano influenzare o rallentare lo sviluppo motorio. L'ambiente in cui il bambino cresce svolge un ruolo cruciale: uno studio di Haspodar e colleghi ha notato che i bambini che dispongono di più spazio libero all'interno della casa per esplorare e di giocattoli progettati per incoraggiare la locomozione (come le palestrine o i carrellini da spingere) tendono a esercitarsi di più e a sviluppare migliori abilità motorie rispetto a quelli che passano molto tempo in spazi ristretti o fermi con giocattoli statici.

Anche elementi quotidiani apparentemente banali influenzano la meccanica dei primi passi. Ad esempio, uno studio olandese ha dimostrato che le dimensioni o lo spessore del pannolino alterano la deambulazione, costringendo i bambini ad allargare la base d'appoggio e causando più passi falsi rispetto a quando i piccoli camminano nudi.
Un ulteriore fattore ambientale è l'uso del girello: lo stesso studio olandese afferma che un uso prolungato del girello può in realtà posticipare leggermente l'età in cui i bambini riescono a stare in piedi da soli e a camminare, alterando la loro naturale capacità di bilanciamento. Insomma, l'ambiente agisce come un terreno di gioco che può porre piccoli ostacoli o offrire vantaggi, ma la naturale spinta biologica del bambino a esplorare il mondo è di solito così forte da fargli superare senza problemi la maggior parte delle costrizioni quotidiane.
Camminare cambia la mente e la comunicazione dei bambini
Imparare a camminare spalanca letteralmente nuovi orizzonti visivi, cognitivi e sociali per il bambino. Acquisendo la posizione eretta, il piccolo smette di focalizzarsi principalmente sul pavimento davanti a sé e ottiene una vista panoramica della stanza; può viaggiare molto più velocemente ed esplorare l'ambiente avendo le mani finalmente libere per trasportare oggetti da un luogo all'altro.
Questa nuova indipendenza innesca un potente "effetto a cascata" sullo sviluppo della comunicazione e del linguaggio. Studi di West e Iverson basati sull'osservazione hanno dimostrato che, non appena i bambini iniziano a camminare, la frequenza con cui usano la comunicazione preverbale (come gesticolare, indicare o mostrare un giocattolo) subisce un'impennata clamorosa. Questo accade perché cambia la strategia di interazione: mentre un bambino che gattona tende a sedersi e a fermarsi per cercare di comunicare a distanza, il bambino che cammina impara a coordinare fluidamente il movimento con l'interazione sociale. Può camminare direttamente verso il genitore, mostrare un oggetto tenendolo in mano e cercare un contatto visivo da un'altezza del tutto nuova. Di conseguenza, anche il comportamento dei genitori si trasforma: di fronte a queste interazioni più dirette, i genitori tendono a fornire risposte verbali più ricche, contingenti e frequenti a un bambino che cammina rispetto a uno che sta ancora gattonando.
Ma c'è di più: l'età in cui si inizia a camminare può essere anche una spia delle abitudini di vita future. Studi di monitoraggio a lungo termine suggeriscono che un'età più avanzata nell'inizio del cammino autonomo sia spesso associata a una maggiore tendenza alla sedentarietà negli anni successivi dell'infanzia, e a un minor tempo trascorso in attività fisiche. Al contrario, i "camminatori precoci" mostrano, in media, livelli più elevati di attività fisica crescendo.