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I bambini imparano a camminare tra 8 e 18 mesi: quand’è l’età giusta e cosa influisce per la scienza

I primi passi sono un processo complesso influenzato da biologia, esperienza motoria e ambiente. Più che l'età, conta la pratica accumulata per acquisire fluidità. Camminare favorisce non solo l'autonomia fisica, ma anche lo sviluppo cognitivo e sociale.

15 Luglio 2026
18:30
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I bambini imparano a camminare tra 8 e 18 mesi: quand’è l’età giusta e cosa influisce per la scienza
Video a cura di Giorgia Giulia Evangelista
Matematica, neuroscienziata e divulgatrice scientifica
cervelli in crescita episodio 1

"Quando inizierà a camminare?" È la classica domanda di ogni genitore. Di solito, i primi passi avvengono intorno a un anno di vita, ma la finestra considerata "fisiologica" è molto più ampia, fino ai 18 mesi. Ma perché la natura sceglie proprio questo momento? A differenza degli altri animali, la nostra postura bipede ha bisogno di un gran lavoro di coordinamento e di strutture cerebrali specifiche che maturano con il tempo. Alcuni fattori esterni, come il momento del parto, l'uso di girelli o le pratiche di gioco, possono diminuire o aumentare il tempo necessario a camminare autonomamente. Un momento in cui anche il linguaggio e la comunicazione dei piccoli umani esplode, proprio grazie alla conquista della posizione eretta e di una visione più ampia e panoramica.

Dal gattonare al camminare: quando iniziano i primi passi e la variabilità dell’età 

Una delle maggiori fonti di ansia per i neogenitori è il confronto con gli altri bambini: "Il figlio della mia amica cammina già, perché il mio no?". In realtà, la finestra temporale in cui i bambini compiono i primi passi in totale autonomia è estremamente ampia e varia dagli 8 ai 18 mesi di età! La media generale riscontrata in diverse ricerche indicano che l'età media per l'inizio del cammino autonomo si aggira intorno ai 12-13 mesi, ma è appunto solo una media: non c'è da preoccuparsi se il bambino inizia più tardi, visto che il range è molto più ampio. In ambito clinico, questo traguardo è spesso definito in modo molto preciso, ad esempio come la capacità del bambino di fare almeno cinque passi consecutivi senza alcun supporto esterno o senza cadere. Ma come si arriva a questa conquista?

Gli scienziati dello sviluppo Schneider e Iverson parlano di un fenomeno affascinante chiamato "equifinalità": ci sono molti percorsi diversi che portano allo stesso identico risultato. Alcuni neonati gattonano su mani e ginocchia, altri si spostano strisciando sul sedere, altri ancora si alzano precocemente e camminano lateralmente aggrappandosi ai mobili del soggiorno (una pratica nota come "cruising"). Prima ancora di lasciare le mani dei genitori, i bambini accumulano un'enorme quantità di esperienza motoria. Durante il gioco libero, un bambino che sta imparando a muoversi può trascorrere fino al 75% del suo tempo in movimento, accumulando migliaia di passi e innumerevoli tentativi ogni giorno. Questo enorme volume di pratica supportata serve a costruire la forza muscolare e la coordinazione necessarie a camminare.

Perché gli animali lo fanno da subito mentre i bambini ci mettono circa un anno di tempo

Mentre molti animali, come i puledri o i vitelli, si alzano in piedi e camminano poche ore dopo la nascita, i cuccioli d'uomo necessitano, come abbiamo visto, di un periodo molto più lungo per padroneggiare una locomozione indipendente.

A differenza della stragrande maggioranza dei mammiferi, che si poggiano su quattro zampe e quindi hanno una base di appoggio più ampia e stabile, la camminata umana è eretta e bipede, una caratteristica unica della nostra specie. Muoversi su due gambe è un'impresa di ingegneria fisica: richiede di imparare a bilanciarsi su una base d'appoggio minuscola, sviluppando gradualmente una forza muscolare e un controllo posturale del tronco enormi per riuscire a contrastare costantemente la forza di gravità.

Il lungo periodo prima di riuscire a sganciarsi e camminare fa dunque parte di una precisa strategia evolutiva. Avere un periodo sensibile molto lungo per imparare a camminare permette agli esseri umani di adattarsi in modo plastico al proprio ambiente locale, sperimentando soluzioni motorie diverse e accumulando mesi di pratica e tentativi prima di alzarsi definitivamente in piedi.

Come rivela un'analisi di Nature Human Behaviour su 70000 bambini in tutta Europa, l'età a cui si comincia a camminare sembra essere legata anche al proprio progetto genetico che determina la maturazione delle strutture cerebrali necessarie per l’equilibrio e il movimento. Anche la “storia fisica” del neonato ha una sua rilevanza: bambini nati prematuri o sottopeso tendono a mostrare un leggero ritardo nell'acquisizione del cammino rispetto ai nati a termine. Una revisione sistematica del 2021 riporta che nei nati pretermine, infatti, la traiettoria di sviluppo verticale e il controllo dei movimenti contro la forza di gravità richiedono più tempo per consolidarsi del tutto.

Gli studi scientifici sulla sezione aurea

Quando i bambini iniziano a camminare senza appoggio, i loro primi passi sono spesso esitanti, caratterizzati da una base molto larga, passi corti, e frequenti cadute. In che modo passano da questa goffaggine a una camminata fluida e sicura? La ricerca pubblicata su Developemental Psychobiology indica che il miglior predittore dell'abilità di cammino non è tanto l'età del bambino né le sue dimensioni corporee, bensì i "mesi di cammino", ovvero la pura e semplice esperienza accumulata dal momento in cui ha iniziato a muovere i primi passi indipendenti. Con il passare delle settimane, i passi diventano più lunghi, più stretti e molto più veloci.

Ma l'aspetto forse più sorprendente e poetico della locomozione umana è la sua armonia matematica. Negli adulti sani che camminano a una velocità confortevole, il rapporto tra la durata dell'intero ciclo del passo e la fase di appoggio sul terreno, e allo stesso tempo tra la fase di appoggio e la fase di oscillazione della gamba in aria, converge verso un numero specifico: 1,618. Questo numero è celebre in matematica e nell'arte come "sezione aurea".

Uno studio portato avanti tra Roma e Amsterdam ha monitorato i bambini prima, durante e dopo i loro primissimi passi e ha scoperto che la proporzione aurea non è presente nei riflessi motori neonatali e non appare nemmeno al momento esatto dei primi passi indipendenti. È solo dopo aver accumulato un po' di esperienza di cammino senza supporto che il ritmo dei loro passi inizia a convergere naturalmente verso questa proporzione. Pensate a qualcuno che impara a suonare il pianoforte: le prime volte preme i tasti giusti, ma il ritmo è meccanico, rigido e frammentato. Solo con l'esercizio quotidiano il movimento delle dita diventa fluido e la melodia assume una cadenza musicale naturale.

L'ambiente circostante: cosa frena e cosa favorisce i primi passi?

Molti genitori si chiedono se certe scelte possano influenzare o rallentare lo sviluppo motorio. L'ambiente in cui il bambino cresce svolge un ruolo cruciale: uno studio di Haspodar e colleghi ha notato che i bambini che dispongono di più spazio libero all'interno della casa per esplorare e di giocattoli progettati per incoraggiare la locomozione (come le palestrine o i carrellini da spingere) tendono a esercitarsi di più e a sviluppare migliori abilità motorie rispetto a quelli che passano molto tempo in spazi ristretti o fermi con giocattoli statici.

bambini palestrine camminare
Palestrine e oggetti da spingere possono essere utili per favorire le abilità motorie dei bambini.

Anche elementi quotidiani apparentemente banali influenzano la meccanica dei primi passi. Ad esempio, uno studio olandese ha dimostrato che le dimensioni o lo spessore del pannolino alterano la deambulazione, costringendo i bambini ad allargare la base d'appoggio e causando più passi falsi rispetto a quando i piccoli camminano nudi.

Un ulteriore fattore ambientale è l'uso del girello: lo stesso studio olandese afferma che un uso prolungato del girello può in realtà posticipare leggermente l'età in cui i bambini riescono a stare in piedi da soli e a camminare, alterando la loro naturale capacità di bilanciamento. Insomma, l'ambiente agisce come un terreno di gioco che può porre piccoli ostacoli o offrire vantaggi, ma la naturale spinta biologica del bambino a esplorare il mondo è di solito così forte da fargli superare senza problemi la maggior parte delle costrizioni quotidiane.

Camminare cambia la mente e la comunicazione dei bambini

Imparare a camminare spalanca letteralmente nuovi orizzonti visivi, cognitivi e sociali per il bambino. Acquisendo la posizione eretta, il piccolo smette di focalizzarsi principalmente sul pavimento davanti a sé e ottiene una vista panoramica della stanza; può viaggiare molto più velocemente ed esplorare l'ambiente avendo le mani finalmente libere per trasportare oggetti da un luogo all'altro.

Questa nuova indipendenza innesca un potente "effetto a cascata" sullo sviluppo della comunicazione e del linguaggio. Studi di West e Iverson basati sull'osservazione hanno dimostrato che, non appena i bambini iniziano a camminare, la frequenza con cui usano la comunicazione preverbale (come gesticolare, indicare o mostrare un giocattolo) subisce un'impennata clamorosa. Questo accade perché cambia la strategia di interazione: mentre un bambino che gattona tende a sedersi e a fermarsi per cercare di comunicare a distanza, il bambino che cammina impara a coordinare fluidamente il movimento con l'interazione sociale. Può camminare direttamente verso il genitore, mostrare un oggetto tenendolo in mano e cercare un contatto visivo da un'altezza del tutto nuova. Di conseguenza, anche il comportamento dei genitori si trasforma: di fronte a queste interazioni più dirette, i genitori tendono a fornire risposte verbali più ricche, contingenti e frequenti a un bambino che cammina rispetto a uno che sta ancora gattonando.

Ma c'è di più: l'età in cui si inizia a camminare può essere anche una spia delle abitudini di vita future. Studi di monitoraggio a lungo termine suggeriscono che un'età più avanzata nell'inizio del cammino autonomo sia spesso associata a una maggiore tendenza alla sedentarietà negli anni successivi dell'infanzia, e a un minor tempo trascorso in attività fisiche. Al contrario, i "camminatori precoci" mostrano, in media, livelli più elevati di attività fisica crescendo.

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