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Alluvione Nepal, il distacco di un ghiacciaio la possibile causa per l’USGS: le immagini del prima e dopo

A differenza di quanto inizialmente ipotizzato, a causare l'alluvione lampo al confine tra Nepal e Tibet potrebbe essere stato il distacco di un ghiacciaio, come riportato dall'USGS. La colata detritica sarebbe precipitata nel fiume Lhende Khola, affluente del Bhote koshi, liberando un muro di acqua, fango e detriti pesanti che ha travolto il distretto di Rasuwa.

27 Agosto 2026
11:20
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Alluvione Nepal, il distacco di un ghiacciaio la possibile causa per l’USGS: le immagini del prima e dopo
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Un'immagine dei danni dell'alluvione in Tibet. Credit: Nepal Police

Proseguono le operazioni di soccorso dopo la violenta alluvione che ha colpito il distretto di Rasuwa, al confine tra Nepal e Tibet, dove un'ondata di acqua, fango e detriti ha spazzato via interi insediamenti: secondo l'ultimo bilancio dell'Autorità nazionale nepalese per la riduzione e la gestione del rischio di disastri (NDRRMA), al momento le vittime sarebbero almeno 270, con 1.300 persone che risultano ancora disperse (tra cui 529 turisti) su entrambi i lati del confine. Il Nepal si trova infattitra Cina e India, in Asia, e la zona dove è avvenuto il disastro è adiacente al Tibet.

I numeri, purtroppo, sono destinati a salire e anche i danni materiali sono ingenti: la “bomba” di fango e detriti pesanti ha distrutto ponti, travolgendo completi villaggi lungo le rive e rendendo sempre più complesso il lavoro dei soccorritori. Nell'area di Gyirong, una delle più colpite, le acque alluvionali hanno completamente distrutto la strada.

La ricostruzione ufficiale delle cause è cambiata nel corso delle ultime ore: il Ministero degli Esteri nepalese aveva inizialmente dichiarato che un terremoto di magnitudo 4.4 (rilevato anche dall'USGS, il Servizio Geologico USA) aveva provocato una frana, con il materiale detritico che aveva successivamente bloccato il fiume Bhote koshi, dando origine all'alluvione.

Secondo analisi successive dell'USGS, tuttavia, le cause sarebbero da attribuire al collasso di un ghiacciaio e alla conseguente colata detritica precipitata nel fiume Lhende Khola, il principale affluente del fiume Bhote koshi.

Le possibili cause: USGS riporta il collasso di un ghiacciaio, improbabile l'ipotesi forti piogge

L'US Geological Survey, il servizio geologico statunitense, aveva inizialmente attribuito l'origine del disastro a una scossa di terremoto 4.4 lungo il confine tra Nepal e Cina, a nord di Kathmandu, localizzata alle 08:37 (ora locale, le 04:52 in Italia). La sequenza logica sembrava chiara: un terremoto aveva fatto franare un versante, la frana aveva sbarrato il fiume e da lì era arrivata la piena, che aveva travolto le comunità circostanti.

In realtà, analisi successive dell'USGS, basate sulle stazioni sismiche vicine, sulle onde sismiche a lungo periodo e sulle immagini satellitari, hanno portato a una conclusione diversa: il segnale registrato non era dovuto a un terremoto, ma al collasso di un ghiacciaio e alla successiva colata detritica.

E qui c'è il punto che ribalta l'ipotesi iniziale: non è stato un sisma a innescare la frana, ma è stata la frana stessa a generare le onde sismiche che gli strumenti hanno rilevato. I dati definitivi hanno riportato uno scuotimento equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2.

Come evidenziato dalle ricostruzioni dell'INGV, un enorme blocco di ghiaccio si sarebbe quindi staccato da un ghiacciaio ad alta quota, precipitando per oltre un chilometro verticale fino al fondo della valle. La massiccia valanga di ghiaccio e roccia (più simile a una frana) si è quindi abbattuta sul versante montuoso, precipitando nel fiume Lhende Khola, un affluente dei fiumi Bhote koshi e Trishuli, due corsi d'acqua che scorrono dalla Cina al Nepal spesso attraverso profonde gole.

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Una mappa che mostra il percorso dell'ondata di fango e detriti lungo il fiume Trishuli. Credit: ABC News

A quel punto, la diga temporanea avrebbe ceduto rapidamente, liberando un muro di acqua, fango e detriti pesanti che ha violentemente devastato gli insediamenti montani a valle e le strutture di confine, come confermato le immagini e i video pubblicati nelle ultime ore.

È anche per questo che i sistemi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia non hanno localizzato questo evento franoso, pur equivalente a una magnitudo 5.2, avvenuto in Nepal. Le ragioni, come spiegano gli esperti, sono principalmente due: la grande distanza e la natura stessa del segnale, che è superficiale e non impulsivo e a lungo periodo, molto diverso da quello netto e improvviso di un terremoto vero.

In ogni caso, per ricostruire con precisione l'intera dinamica di questo disastro serviranno diverse settimane. Gli esperti segnalano comunque come improbabile l'ipotesi delle forti piogge: pur essendo l'estate la stagione più piovosa dell'anno in questa regione (a causa dei monsoni) nell'ultima settimana nel distretto non sono state registrate precipitazioni così intense da provocare un disastro di questa portata.

Le immagini dell’inondazione: il confronto tra prima e dopo

Come anticipato, il bilancio delle vittime e dei danni è purtroppo drammatico: nelle immagini satellitare che mettono a confronto tra il prima e il dopo, l'ondata di fango e detriti è ben visibile. Più in particolare, questi due scatti mostrano la località di Timure, in Nepal, a circa 3 chilometri dal valico di frontiera di Rasuwa che collega il Paese a Gyirong, sul versante cinese.

La prima immagine, risalente al 23 agosto 2026, mostra il centro abitato di Syabrubesi, nel distretto di Rasuwa.

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Il centro abitato di Syabrubesi, a Rasuwa, il 23 agosto 2026. Credit: Planet Lab

Quella successiva, scattata il 26 agosto, mostra il fiume gonfio e ingrossato, con le strutture lungo le rive gravemente danneggiate o spazzate via: Rasuwa è tra le zone più colpite. 

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Il centro abitato di Syabrubesi, a Rasuwa, il 26 agosto 2026. Credit: Planet Lab

Questa seconda serie di immagini, invece, mostra le riprese satellitari del fiume Trishuli a Chappthoke, sempre in Nepal. La prima immagine è stata scattata il 23 agosto.

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Immagini satellitari del fiume Trishuli a Chappthoke il 23 agosto 2026. Credit: Planet Lab

A confronto, l'immagine dello stesso luogo realizzata dai satelliti di Planet Lab il 26 agosto, dopo il disastro.

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Immagini satellitari del fiume Trishuli a Chappthoke il 26 agosto 2026. Credit: Planet Lab

L'esercito nepalese, nel frattempo, ha schierato 2.000 militari per operazioni di ricerca e soccorso via terra e via aria nelle zone colpite dalle inondazioni per cercare i sopravvissuti. Secondo quanto riportato dall'ICIMOD (International Centre for Integrated Mountain Development), le osservazioni idrologiche confermano la velocità e l'entità eccezionali dell'onda di piena. Il livello dell'acqua del fiume Trishuli a Galchchi sarebbe aumentato di ben nove metri in 30 minuti, mentre a Malekhu l'incremento è stato di sette metri nello stesso periodo.

Nel frattempo, gli esperti stanno anche valutando se dei detriti abbiano temporaneamente bloccato il fiume in un tratto ristretto, formando una diga di frana: un simile blocco potrebbe infatti creare un pericolo secondario se l'acqua accumulata venisse rilasciata improvvisamente.

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Sara Brugnoni
Junior News Editor
Lavoro come giornalista per la sezione news di Geopop: mi occupo principalmente delle notizie di attualità e di tutto ciò che avviene sul Pianeta Terra, dalla geopolitica allo spazio, fino alla società nel suo complesso. Ho lavorato per un quotidiano economico e ho una laurea magistrale in Scienze Politiche, grazie alla quale ho capito quanto gli eventi del mondo siano profondamente connessi tra di loro.
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