
Per far volare un aereo di linea è necessaria una velocità di circa 250 km/h. Per sollevare un essere umano di 85 chili sopra la superficie del mare, con una tavola da wingfoil, ne bastano 16, cioè la velocità di una bicicletta da passeggio in pianura. Non è una questione di potenza né di allenamento, ma di fluido. L'ala che solleva un wingfoiler non lavora nell'aria ma sott'acqua, e l'acqua di mare è oltre 800 volte più densa dell'aria. A parità di forma e di superficie, un'ala immersa produce quindi una spinta verso l'alto enormemente maggiore rispetto a una che lavora in aria alla stessa velocità. È questo il motivo per cui negli ultimi anni le spiagge italiane si sono riempite di tavole che sembrano sospese a mezzo metro dall'acqua, senza scia e senza rumore.
Il wingfoil è oggi la disciplina velica in più rapida crescita al mondo. Nel novembre 2025 ha ottenuto lo status di classe internazionale World Sailing ed è al centro di una proposta formale per entrare nel programma olimpico di Brisbane 2032. E l'Italia, in questo sport, è tra le nazioni più forti in assoluto.
Che cos'è il wingfoil, un'ala in mano e un'ala sott'acqua
Il wingfoil, chiamato anche wingsurf, combina due oggetti indipendenti fra loro. Il primo è la wing, un'ala gonfiabile che l'atleta tiene direttamente con le mani tramite maniglie o un piccolo boma, con misure commerciali che vanno dai 2,5 ai 7 metri quadrati. Il secondo è l'hydrofoil, una struttura in carbonio o alluminio avvitata sotto la tavola e formata da un montante verticale alto in genere 70-90 cm e da due ali orizzontali. Quella anteriore, più grande, genera quasi tutta la portanza, mentre quella posteriore, più piccola, ne stabilizza l'assetto.
La logica è quella di un veliero in miniatura in cui però lo scafo, superata una certa velocità, sparisce dall'acqua. La tavola resta appesa in aria e l'unica parte bagnata è il profilo alare immerso.
Perché bastano 16 km/h per decollare: come funziona
La spinta verso l'alto che solleva l'ala nasce dallo stesso principio che tiene in volo un aereo. Un profilo che si muove dentro un fluido lo devia verso il basso e riceve in cambio una forza verso l'alto. La differenza sostanziale è che l'aereo si muove nell'aria mentre l'hydrofoil si muove nell'acqua, e più il fluido è denso più questa spinta diventa forte a parità di velocità.
L'acqua è oltre 800 volte più densa dell'aria, per cui prendendo come esempio un atleta di 80 chili con altri 5 di attrezzatura, la tavola si stacca dalla superficie intorno ai 16 km/h. Se la stessa identica ala dovesse sollevare lo stesso peso lavorando nell'aria invece che nell'acqua non basterebbero 16 km/h, ne servirebbero circa 500, oltre trenta volte tanto.
È per questo che gli hydrofoil sono minuscoli rispetto alle ali di un aereo, perché in un fluido così denso pochi decimetri quadrati di superficie sono più che sufficienti. Il peso conta, ma poco: un atleta più leggero decolla un po' prima e uno più pesante un po' dopo, nell'ordine di un chilometro orario in più o in meno. È lo stesso principio per cui le barche della Coppa America, monoscafi da quasi sette tonnellate, si sollevano completamente sull'acqua a poco più di 30 km/h per poi sfrecciare a oltre 90. Una volta che i foil hanno staccato lo scafo dall'acqua la resistenza crolla e la velocità può salire moltissimo.
Una volta in volo la fatica crolla, ed è questo il vero punto
Una tavola normale che scivola in acqua paga tre voci di resistenza. C'è l'attrito viscoso sulla superficie bagnata, c'è la resistenza di pressione e c'è soprattutto la resistenza d'onda, cioè l'energia che lo scafo spende per generare le onde della propria scia. Quest'ultima cresce rapidamente con la velocità ed è ciò che di fatto mette un tetto alle prestazioni di qualunque scafo.
Quando il foil solleva la tavola, la superficie bagnata si riduce a una frazione minima e la produzione di onde viene in gran parte eliminata. Attrito, pressione e onde calano tutti insieme, e l'efficienza migliora nettamente rispetto alla stessa imbarcazione senza foil. Il risultato è controintuitivo per chi guarda da riva, perché serve più vento per decollare che per restare in volo. La finestra utile per la maggior parte dei praticanti è rappresentata da una velocità del vento tra i 12 e i 25 nodi, ma una volta in aria un wingfoiler riesce a mantenere la planata con un soffio che non gli sarebbe mai bastato per partire.
Il rischio di cui si parla poco: quell'ala è una lama
L'hydrofoil è un profilo sottile in carbonio con bordi affilati, che si muove sott'acqua a velocità elevata e in una posizione nascosta da chi lo utilizza. Nel surf le lacerazioni da pinna sono già l'infortunio più frequente tra quelli che richiedono assistenza medica, e con un foil la geometria del problema peggiora, perché la superficie tagliente è più grande, più rigida e più lontana dal campo visivo.
C'è poi un fenomeno specifico che si chiama ventilazione. Se il foil emerge parzialmente, l'aria viene risucchiata lungo il profilo e la portanza crolla di colpo, con una caduta improvvisa e potenzialmente pericolosa in avanti. Per questo le raccomandazioni riguardano l'utilizzo di muta, casco, giubbotto ad assorbimento d'urto e laccio di sicurezza lungo, che serve a evitare che la tavola, e quindi il foil, torni addosso all'atleta dopo la caduta. Non sono accessori opzionali ma l'equipaggiamento base della disciplina.
Verso le Olimpiadi di Brisbane 2032
Il wingfoil nasce nella sua forma attuale solo nel 2019, quando le prime aziende del settore mettono in commercio ali dedicate, e in pochi anni si è trasformato da curiosità a disciplina con un circuito mondiale strutturato. Alle Olimpiadi di Los Angeles 2028 non ci sarà, perché la vela porterà in gara il windsurf con foil e il kite come già a Parigi 2024. Ma per il 2032, a Brisbane, la porta è aperta. Alla fine del 2025 la federazione internazionale di vela ha messo formalmente sotto revisione alcuni degli eventi olimpici attuali, tra cui il kite, e ha riconosciuto ufficialmente il wingfoil come classe da competizione, il primo passo necessario per poter puntare ai Giochi. Nella primavera del 2026 è arrivata la mossa più netta, una proposta ufficiale che chiede di sostituire proprio il kite con il wingfoil nel programma olimpico del 2032. La decisione è prevista entro la fine del 2026.
Nel frattempo, sul piano sportivo, l'Italia è già in prima fila. La sarda Maddalena Spanu è campionessa del mondo in carica, il gardesano Alessandro José Tomasi guida stabilmente il circuito maschile di Coppa del Mondo e alla prima tappa del Mondiale 2026 a Hong Kong gli azzurri hanno piazzato cinque atleti nei primi dieci. Nell'aprile 2026 Napoli ha ospitato alla Rotonda Diaz il Campionato Europeo Formula Wing con oltre cento atleti da quindici nazioni, mentre a luglio una tappa di Coppa del Mondo si è disputata a Gizzeria, in Calabria.
Per uno sport che nella sua forma attuale esiste dal 2019, non è poco.