
Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini mentre 652mila persone sono morte. La differenza è di -297mila persone. Abbiamo perso l’equivalente di una città come Verona. Secondo i dati ISTAT, è il saldo naturale più negativo della storia recente, e arriva in un anno in cui il tasso di fecondità ha toccato il suo minimo assoluto: 1,14 figli per donna, in calo rispetto all'1,18 del 2024.
Un numero che racconta una trasformazione demografica sempre più difficile da invertire, e che affonda le radici in decenni di condizioni strutturali (economiche, abitative, di welfare) che hanno eroso progressivamente la possibilità di fare figli.
Cos'è il tasso di fecondità e perché 1,14 è un numero che spaventa
Il tasso di fecondità totale misura quanti figli avrebbe in media una donna nell'arco della sua vita riproduttiva, calcolando i comportamenti dell'anno in esame. Il livello di sostituzione naturale della popolazione (quello che garantirebbe una popolazione stabile in assenza di migrazioni) è circa 2,1. L'Italia è ben al di sotto da decenni, e il 2025 segna un nuovo minimo assoluto con 1,14 figli per donna, in calo rispetto all'1,18 del 2024: in un solo anno sono nati 15mila bambini in meno, con un calo del 3,9%.
Anche il confronto europeo colloca l'Italia tra i casi più critici: la media dei Paesi dell'Unione europea era 1,34 nel 2024, con la Francia a 1,61 e la Spagna (l'altro grande Paese mediterraneo) a 1,10. Valori bassi quasi ovunque, ma con differenze che nella pratica si traducono in centinaia di migliaia di nati in più o in meno ogni anno.
Sardegna a 0,85, Trentino a 1,40: la mappa della fecondità in Italia
Il calo è distribuito in modo omogeneo sul territorio, ma le differenze tra regioni restano marcate. La Sardegna è per il sesto anno consecutivo la regione con la fecondità più bassa d'Italia: 0,85 figli per donna, un valore che la colloca tra i più bassi d'Europa. Seguono Molise (1,02) e Lazio (1,05). Sul versante opposto, il Trentino-Alto Adige mantiene il primato nazionale con 1,40 figli per donna, seguito da Sicilia (1,23) e Campania (1,22).
A pesare su questo dato è anche l'età: nel 2025 l'età media in tutta Italia al parto ha raggiunto i 32,7 anni, con il Centro che arriva a 33,1. Ogni anno che si alza questa soglia è un anno in meno di vita riproduttiva e, statisticamente, qualche nascita in meno.
Perché nemmeno avere la fecondità francese risolverebbe il problema
C'è un elemento della crisi demografica italiana che il dibattito pubblico tende a trascurare, e che l'Istat ha quantificato con precisione. Il calo delle nascite dipende anche dalla riduzione del numero di donne in età fertile, cioè dei potenziali genitori stessi. È la conseguenza diretta di decenni di bassa fecondità: le generazioni nate negli anni Ottanta e Novanta erano già più piccole di quelle precedenti, e oggi sono quelle in età riproduttiva. Per capire quanto questo conti, basta un calcolo: se nel 2024 l'Italia avesse registrato la stessa propensione ad avere figli della Francia (1,61 figli per donna) il numero di nati sarebbe stato di circa 494mila, sensibilmente superiore ai 370mila effettivi. Eppure, la Francia nello stesso anno ha registrato 664mila nascite, con una fecondità identica a quella ipotetica italiana.
La differenza dipende interamente dalla struttura per età della popolazione francese, con generazioni in età riproduttiva molto più numerose. Il gap demografico, in altre parole, si è accumulato nel tempo e non si chiude cambiando solo i comportamenti riproduttivi ma anche i modelli sociali e familiari.
Il paradosso: crescono le famiglie, calano i figli
In questo quadro si inserisce un dato apparentemente contraddittorio: nel biennio 2024-2025 le famiglie in Italia sono 26 milioni e 600mila, oltre 4 milioni in più rispetto all'inizio degli anni Duemila. Le famiglie aumentano, però, perché i nuclei si scompongono: il 37,1% è oggi composto da una sola persona, contro il 25,9% di vent'anni fa.
Le coppie con figli, che per decenni hanno rappresentato il modello prevalente, sono scese al 28,4% del totale. Le famiglie monogenitore sono oggi una su dieci. La dimensione media familiare è passata da 2,6 a 2,2 componenti nel giro di due decenni. Il risultato è un Paese con più famiglie ma più piccole, più sole, meno nelle condizioni di mettere al mondo figli.
La famiglia che non si forma: perché crescono i single e calano le nascite
Dietro l'aumento delle famiglie unipersonali c'è un fenomeno che l'Economist a fine 2025 ha definito relationship recession: una contrazione globale nella formazione di coppie stabili che si sovrappone, e in parte amplifica, il calo della fecondità.
Il ragionamento è lineare: in Italia avere figli resta strettamente legato alla stabilità di una relazione. A differenza di Francia e Svezia, dove i nati fuori dal matrimonio sono ormai maggioritari (ma quasi sempre all'interno di convivenze riconosciute), nel nostro Paese la coppia stabile resta nella grande maggioranza dei casi il prerequisito alla genitorialità.
Quando le coppie si formano più tardi, si formano meno, o si sciolgono prima, il numero di potenziali genitori si restringe ulteriormente rispetto a quanto già non faccia il calo demografico strutturale. Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Population Research ha misurato questo effetto su dati australiani: la riduzione della quota di popolazione in coppia ha contribuito in modo diretto e misurabile al calo dei tassi di fecondità, soprattutto nelle classi di età più giovani. Ovviamente ogni Paese ha le sue peculiarità ma quello australiano è un meccanismo sociale che la demografia italiana conosce bene, anche se raramente viene messo al centro del dibattito: nel 2025 i matrimoni sono scesi a 165mila, 8mila in meno rispetto al 2024, con un calo concentrato soprattutto sui riti religiosi (-11,7%). L'età media al primo matrimonio sfiora i 35 anni per gli uomini. Le coppie si formano tardi, e quando si formano tardi si fanno meno figli – o nessuno.
Casa, lavoro, welfare: perché rimandare è diventato la scelta più razionale
Ridurre la crisi demografica a una questione culturale – gli italiani che non vogliono più fare figli – è una semplificazione. L'età media al parto di 32,7 anni racconta qualcosa di preciso: i figli vengono rimandati finché le condizioni lo permettono, e a volte quel momento non arriva mai. Dietro questo rinvio c'è un incastro di fattori economici e strutturali che si sono irrigiditi negli ultimi vent'anni. Il costo dell'abitazione nelle grandi città ha reso sempre più difficile formare un nucleo familiare autonomo prima dei trent'anni.
La precarietà contrattuale, concentrata proprio nelle fasce di età in cui biologicamente sarebbe più favorevole avere figli, spinge a rimandare una scelta che richiede stabilità. Il sistema di welfare per la prima infanzia (asili nido, congedi parentali, supporto alle famiglie) resta tra i meno sviluppati d'Europa, con coperture disomogenee che penalizzano soprattutto il Sud e le donne, su cui ricade ancora la quota maggiore del lavoro di cura.
Il risultato è che la scelta di avere figli, per una quota crescente di italiani, diventa razionalmente rinviabile. E quando il sistema demografico funziona in questo modo da tempo, smette di essere una questione di intenzioni individuali e diventa una trappola collettiva: mancano i figli di oggi, ma mancano anche i potenziali genitori di domani.