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11 Giugno 2026
11:20

La borsa in pelle di T. rex realizzata con il collagene probabilmente contiene più pollo che dinosauro

Una borsa presentata come il primo prodotto in "pelle di T. rex" ha riacceso il dibattito sulle proteine fossili. Il materiale però, non deriva da pelle di dinosauro, ma da collagene sintetico ricostruito con l'AI a partire da frammenti attribuiti al T. rex e da proteine di uccelli moderni, soprattutto del pollo.

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La borsa in pelle di T. rex realizzata con il collagene probabilmente contiene più pollo che dinosauro
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Un dettaglio della borsa “in pelle di T–Rex”. Credit: VML

Una "borsa in pelle di T-Rex" fatta con resti di 68 milioni di anni fa, dal valore di circa 500 mila dollari, è stata messa all'asta presso la storica casa d'aste Drouot a Parigi. La questione non è capire se qualcuno abbia davvero utilizzato la pelle di un dinosauro, su questo la risposta è semplice: no, la borsa non è fatta con pelle di dinosauro. La storia della borsa, esposta in precedenza all'Artist Zoo Museum di Amsterdam, passa attraverso il ritrovamento, nel 2005, di possibili frammenti di proteine fossili in un T. rex, in particolare di collagene, la proteina che funge da "collante" strutturale per ossa, pelle, tendini e cartilagini.

Non si conoscono ancora i dettagli, perché non è stato ancora pubblicato il processo con cui è stata realizzata la borsa, ma secondo quanto riportato in un'intervista all'emittente televisiva DW News, da quei frammenti, attraverso modelli di intelligenza artificiale che hanno usato proteine degli uccelli moderni per completare i pezzi mancanti, è stata ricostruita una nuova sequenza di proteine utilizzata per produrre nuovo collagene in laboratorio. Un processo che spiega perché diversi esperti ritengano che il risultato finale abbia molto più in comune con un pollo che con un dinosauro.

Una scoperta che cambiò il dibattito

Per capire da dove nasce la storia di una borsa in pelle di T-rex bisogna fare un passo indietro fino a uno studio pubblicato nel 2005. In quell'anno la paleontologa Mary Schweitzer stava lavorando insieme al suo gruppo su un femore di Tyrannosaurus rex proveniente dal Montana. Durante l'analisi del reperto emerse qualcosa che nessuno si aspettava: eliminando la parte minerale dell'osso, i ricercatori osservarono al microscopio strutture che, per forma e aspetto, ricordavano vasi sanguigni e altri tessuti molli. Non era soltanto una questione di forma, poiché alcuni di questi elementi sembravano mantenere una certa flessibilità, una caratteristica difficile da associare all'immagine tradizionale di un fossile rimasto sepolto per decine di milioni di anni. La scoperta suscitò subito sorpresa perché contrastava con quanto generalmente si riteneva possibile. Per lungo tempo i fossili erano stati considerati soprattutto il risultato di processi di mineralizzazione nei quali i materiali biologici originari, come appunto i tessuti molli, venivano progressivamente distrutti o sostituiti.

Nel giro di poco tempo iniziarono a circolare interpretazioni molto diverse tra loro. Come riportato dall'emittente tedesca DW News, alcuni ricercatori ritenevano che quelle strutture potessero rappresentare una rara traccia dei tessuti originari del dinosauro. Altri, invece, invitavano alla prudenza. Secondo questa seconda ipotesi, ciò che era stato osservato potrebbe essere stato prodotto da microrganismi comparsi nell'osso molto tempo dopo la morte dell'animale, durante le varie fasi della sua lunga permanenza nel sottosuolo.

Il caso del collagene di dinosauro trovato nel fossile del femore

Nel 2007 arrivò un nuovo studio pubblicato sulla celebre rivista Science che contribuì ad alimentare ulteriormente la discussione. Nello stesso fossile analizzato nel 2005, emerse anche un altro indizio: alcuni minuscoli frammenti di collagene, la proteina che contribuisce a dare struttura alle ossa ed elasticità a pelle e cartilagine. Erano quantità molto ridotte, non una molecola integra, ma furono sufficienti per riaccendere la discussione su quanto a lungo possano conservarsi certe molecole nel corso del tempo: se quelle identificazioni fossero corrette, almeno una parte di quelle proteine avrebbe attraversato decine di milioni di anni. La scoperta ebbe un impatto notevole perché non riguardava più soltanto strutture osservate al microscopio, come per lo studio precedente, ma per la prima volta venivano proposte vere e proprie sequenze proteiche.

Il problema dei pezzi mancanti recuperati dai polli

È a questo punto che entra in scena la borsa. Lo ribadiamo: a oggi, non sono disponibili i dettagli del progetto, ma abbiamo a disposizione delle dichiarazioni degli sviluppatori all'emittente televisiva DW News. Chi ha sviluppato il progetto voleva realizzare un nuovo materiale partendo proprio da quelle antiche sequenze proteiche scoperte nel 2005. Il problema era che i dati disponibili erano estremamente incompleti. DW News riporta che gli sviluppatori, Thomas Mitchell e Ernst Wolvetang hanno descritto la situazione come un puzzle di cui restano pochissimi pezzi.

Quando mancano quasi tutte le tessere, diventa necessario provare a ricostruire ciò che non si vede. Per farlo è stata utilizzata l'intelligenza artificiale. I sistemi informatici hanno analizzato i frammenti disponibili e generato una possibile sequenza completa compatibile con quei resti fossili. Successivamente il collagene ricostruito è stato prodotto in laboratorio e impiegato come base per il nuovo materiale.

Fino a questo punto il legame con i dinosauri sembra ancora piuttosto diretto. Poi, però, entra in gioco il pollo, questo perché quando si dispone soltanto di pochi frammenti di una proteina antica, serve un termine di paragone moderno. Oggi sappiamo infatti che gli uccelli rappresentano l'unico gruppo di dinosauri sopravvissuto fino ai giorni nostri. Per questo motivo le loro proteine costituiscono un riferimento particolarmente utile quando si cerca di interpretare dati provenienti da dinosauri estinti. Le parti mancanti della sequenza non sono quindi state recuperate dal fossile: sono state stimate utilizzando informazioni ottenute da organismi viventi, soprattutto da specie aviarie.

Ed è proprio qui che nasce la principale critica avanzata da diversi specialisti. Secondo Jan Dekker, che si occupa di paleoproteomica, il prodotto finale non può essere considerato realmente derivato da un Tyrannosaurus rex. Anche ammettendo che i frammenti originali appartengano davvero al dinosauro, gran parte della sequenza utilizzata per ottenere il collagene sarebbe stata ricostruita facendo ampio affidamento su dati provenienti dagli uccelli moderni. Da qui la sua conclusione, diventata una delle frasi più citate della vicenda: il materiale sarebbe "più pollo che dinosauro".

Da una questione di "moda" alle domande aperte delle paleontologia

La domanda che continua ad attirare l'attenzione dei paleontologi è un'altra: per quanto tempo possono conservarsi le proteine all'interno dei fossili? Mentre i media si concentrano sul prodotto di lusso, la ricerca ha continuato a esplorare questo problema. Negli ultimi anni diversi gruppi hanno segnalato possibili tracce di collagene anche in altri dinosauri. Tra i casi più recenti, pubblicato solo lo scorso anno, figura Edmontosaurus, un grande erbivoro vissuto poco prima dell'estinzione dei dinosauri non aviani. Analizzando le sue ossa con metodologie differenti, alcuni ricercatori hanno individuato segnali compatibili con la presenza di residui di collagene. È ancora troppo presto per capire fino a che punto queste evidenze cambieranno la nostra conoscenza dei fossili. Tuttavia la questione va ben oltre il caso della borsa: se una parte delle proteine riesce davvero a sopravvivere per tempi così lunghi, i fossili potrebbero conservare molte più informazioni biologiche di quanto si sia pensato per gran parte della storia della paleontologia.

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Un dettaglio della borsa “in pelle di T–Rex”. Credit: VML
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