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21 Maggio 2026
17:30

La Nuova Via della Seta: la sfida della Cina agli Stati Uniti

Nel 2013 la Cina ha lanciato agli Stati Uniti il guanto di sfida geopolitico più ambizioso del XXI secolo: la Belt and Road Initiative (BRI). L'obiettivo? Offrire un'alternativa concreta alla globalizzazione a trazione occidentale e riportare Pechino al centro del palcoscenico mondiale come superpotenza globale entro il 2049.

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La Nuova Via della Seta: la sfida della Cina agli Stati Uniti
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Nel 2013 la Cina ha lanciato agli Stati Uniti il guanto di sfida geopolitico più ambizioso del XXI secolo: la Belt and Road Initiative (BRI). L'obiettivo? Offrire un'alternativa concreta alla globalizzazione a trazione occidentale e riportare Pechino al centro del palcoscenico mondiale come superpotenza globale entro il 2049.

Ma per capire davvero dove e come sta andando questo progetto, dobbiamo fare un passo indietro e guardare la mappa del mondo con gli occhi di Pechino.

La Via della Seta

La BRI viene comunemente chiamata "Nuova Via della Seta", e non è un caso. Già duemila anni fa, all'epoca dell'Impero Romano, un reticolo intricato di rotte carovaniere e marittime collegava l'Occidente all'Estremo Oriente.

Lungo quei sentieri non viaggiavano solo spezie e tessuti preziosi. A muoversi erano idee, scoperte tecnologiche, religioni e, purtroppo, anche malattie. In un certo senso, la prima vera globalizzazione della storia è partita proprio da qui, permettendo lo sviluppo e il contatto tra le più grandi civiltà del passato.

Oggi, Pechino vuole riallacciare quel filo invisibile. Il termine stesso con cui i cinesi chiamano la loro terra, Zhongguo, significa letteralmente "Paese di Mezzo", mentre il concetto filosofico di Tianxia si traduce con "tutto il mondo sotto il cielo".

La Cina si è sempre vista insomma come il centro naturale del mondo e la Nuova Via della Seta è lo strumento per reclamare il proprio posto nella storia. Nel Paese asiatico, non a caso, si parla di un vero e proprio progetto di risorgimento (inaugurato dal Presidente Xi Jinping), contrapposto al cosiddetto secolo dell'umiliazione.

Un periodo, quest'ultimo, durante la quale le potenze europee hanno imposto il loro predominio non solo sul mondo, ma anche sulla Cina stessa.

Cosa è la Belt and Road Initiative (BRI) e perché è importante per la Cina

Mappa Paesi Belt and Road
La Mappa Paesi interessati dalla Belt and Road

Guardiamo i dati attuali: la Cina ha una popolazione di circa 1,4 miliardi di abitanti ed è una potenza economica enorme (è la seconda economia del pianeta per PIL nominale, e la prima per PIL reale/PPA). Eppure, le manca ancora lo status di superpotenza globale.

Pechino sa benissimo che uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti sarebbe catastrofico. Come fare, quindi, a scalzare il Re dal trono senza combattere, evitando quella che viene chiamata Trappola di Tucidide?

Semplice (almeno a parole): creando una vasta sfera di influenza globale diplomatica ed economica.

Secondo la narrazione del Dragone, la globalizzazione attuale è ingiusta, produce disuguaglianze ed è troppo sbilanciata sui valori e sul predominio dell'Occidente.

La Belt And Road Initiative vuole essere la risposta a questo sistema, ma serve anche a risolvere un problema strategico enorme: la dipendenza cinese dai mari.

Oggi la Marina degli Stati Uniti – Hormuz permettendo – controlla i principali colli di bottiglia marittimi del pianeta. Se domani scoppiasse una crisi (pensiamo a Taiwan), Washington potrebbe cercare di bloccare lo Stretto di Malacca prendendo la Cina per la gola e tagliandole i rifornimenti di petrolio e l'accesso ai mercati.

Per evitare questo incubo geopolitico, il presidente Xi Jinping ha disegnato la BRI su due pilastri geografici giganteschi:

  • "Belt" (La Cintura): È la parte terrestre. Una rete immensa di corridoi ferroviari, autostrade e gasdotti che partono dalla Cina, attraversano l'Asia Centrale e la Russia, e arrivano nel cuore dell'Europa. Serve a muovere merci ed energia via terra, dove le navi americane non possono arrivare.
  • "Road" (La Via): Questa è la rotta marittima. Una catena di porti strategici (acquistati o gestiti da aziende cinesi) che collegano il Mar Cinese Meridionale all'Oceano Indiano, fino all'Africa e al Mediterraneo.

In tutto sono 150 i paesi coinvolti nel progetto, con un impegno economico davvero mostruoso. Circa 1400 miliardi di dollari spesi fino ad oggi dal 2013, anno di lancio dell'operazione.

Parte essenziale di quella che viene anche definita Oborone belt, one road – è quindi la trasformazione del potere economico cinese in soft power (potere di persuasione pacifico) invece che in hard power (potere militare e distruttivo).

Scopo finale dell'iniziativa non è però di natura economica. Pechino vuole trasformarsi in una potenza globale entro il 2049, anno in cui cade il centenario dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese.

La BRI è in crisi?

Investimenti cinesi nella Belt and Road Initiative
Investimenti cinesi nella Belt and Road Initiative in milioni di dollari.

Negli anni scorsi si è parlato a più riprese della crisi della Belt and Road Initiative. Questo sia perché durante il periodo post-covid i finanziamenti sono diminuiti, sia perché la Cina stessa si trova a dover fronte a numerose difficoltà interne.

Dalla bolla del mercato immobiliare fino alla crisi demografica (la popolazione sta diminuendo notevolmente) il gigante asiatico non gode attualmente di ottima salute. Inoltre, i finanziamenti elargiti a diversi Paesi si sono trasformati in debiti che questi ultimi non riescono a ripagare.

I dati però raccontano una storia diversa. Nel 2025 la spesa è stata di 231 miliardi di dollari: un picco record. Per capire l'entità del rimbalzo rispetto agli anni precedenti, guardiamo i due pilastri della spesa cinese: da un lato i contratti di costruzione (cioè le grandi opere fisiche affidate a imprese cinesi), che hanno toccato i 128,4 miliardi di dollari, con una crescita verticale dell'81% rispetto all'anno precedente. Dall'altro gli investimenti diretti, dove le aziende cinesi acquisiscono quote di proprietà dei progetti, volati a 85,2 miliardi di dollari, registrando un +62%.

La Belt and Road Initiative cambia pelle

Investimenti cinesi per settore nella BRI
Investimenti cinesi divisi per settore tra il 2013 e il 2023

La Cina sta cercando nel frattempo di correggere alcuni errori commessi in passato, dando una nuova direzione alla Nuova Via della Seta. Immaginarsi oggi la Belt and Road Initiative solamente come una gigantesca opera di costruzione di infrastrutture ed edifici è errato. Come evidenziato dai report del Council on Foreign Relations (CFR), Pechino ha capito che il vero potere nel XXI secolo non si misura più solo a livello di scambio merci, ma anche in byte e Megawatt.

Ha quindi silenziosamente affiancato alle rotte fisiche due nuove direttrici strategiche: la Digital Silk Road (la Via della Seta Digitale) e la Green Silk Road (quella Verde), con l'obiettivo di diventare la nazione più all'avanguardia in termini tecnologici, sia nel campo delle telecomunicazioni e dell'intelligenza artificiale, sia nel campo delle energie rinnovabili.

Frutto di questo cammino è, ad esempio, il netto predominio cinese sulle terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici cruciali per il nostro futuro. La Cina, infatti, non solo ne ospita enormi giacimenti, ma ne controlla circa il 90% della capacità di raffinazione globale. Si tratta di risorse strategiche insostituibili: senza di esse è letteralmente impossibile costruire i magneti permanenti dei motori delle auto elettriche, le turbine delle pale eoliche o i componenti dei pannelli solari.

Al contempo, la potenza asiatica sta ottenendo numerosi primati tecnologici. Dalla creazione della costellazione di satelliti BeiDou, alternativa ai GPS, fino ai network 5G e le Smart Cities.

La Cina in Africa e Asia

Quando si parla di superpotenze che sfidano l'Occidente creando un proprio "blocco" di alleati, il pensiero va subito alla Guerra Fredda e all'Unione Sovietica. Ma, come evidenzia un recente e dettagliato report del Center for Strategic and International Studies (CSIS), la Cina sta facendo qualcosa di simile, ma molto meglio e in modo decisamente più intelligente rispetto all'URSS.

Mosca cercava l'allineamento ideologico e militare, spesso dissanguando le proprie casse per mantenere regimi amici. Pechino sta usando invece l'arma dell'integrazione economica totale. Non le interessa che un Paese sia una democrazia o una dittatura ma che sia dipendente dalle sue infrastrutture.

Da questo punto di vista la penetrazione cinese in Asia e Africa attraverso la BRI non è solo commerciale, ma ha un valore strategico-militare strisciante. È la politica del dual-use (doppio uso). Prendiamo ad esempio i porti. Quando la Cina finanzia e costruisce un gigantesco porto commerciale in Pakistan (Gwadar), in Sri Lanka (Hambantota) o a Gibuti, ufficialmente lo fa per muovere container di merci. Su quelle stesse banchine, i bacini di carenaggio e le reti digitali sono progettati per poter ospitare, rifornire e riparare le navi della Marina Militare Cinese (PLAN). Senza sparare un colpo e senza firmare trattati di alleanza militare formali (che spaventerebbero l'opinione pubblica mondiale), il Dragone si sta assicurando una rete di basi logistiche globali che potrebbero proiettare la sua forza ben oltre il Pacifico.

La risposta dell'Occidente e la situazione in Italia ed Europa

Per anni l'Occidente ha guardato all'avanzata della Nuova Via della Seta con un misto di sottovalutazione e preoccupazione. Negli ultimi anni però le cose hanno iniziato a cambiare. Nel 2021 l'Amministrazione Biden ha lanciato il Build Back Better World (B3W), poi rifondato e strutturato stabilmente nel Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII). Progetti il cui intento è quello di creare grandi corridoi economici strategici per blindare le catene di approvvigionamento occidentali.

Bruxelles ha risposto con il Global Gateway, un piano d'investimento che ha l'obiettivo di mobilitare 300 miliardi di euro.

L'Italia da questo punto di vista rappresenta un vero e proprio caso di studio, che ha fatto discutere. Nel 2019 il nostro paese, unico del G7, ha firmato un memorandum d'intesa per entrare a far parte della Belt and Road Initiative. Un'iniziativa presentata come una straordinaria opportunità commerciale per i nostri porti (in primis Trieste e Genova) e per l'export del Made in Italy.

Cosa è successo poi? I grandi benefici commerciali promessi da Pechino non sono mai arrivati del tutto: il deficit commerciale italiano nei confronti della Cina è addirittura aumentato. Così, dopo una lunga e delicata tela diplomatica, il governo italiano ha deciso di non rinnovare l'accordo, uscendo ufficialmente dalla BRI alla fine del 2023.

Il resto dell'Europa si è diviso sulla questione, con alcune nazioni più favorevoli (come la Spagna) e altre più ostili (Francia e Germania). Nel frattempo le istituzioni europee hanno elaborato una strategia difensiva, praticando il cosiddetto de-risking. Da un lato proseguendo i rapporti economici con la Cina, dall'altro cercando di proteggere e salvaguardare con dazi e regolamenti la produzione interna.

Le criticità: non è tutto oro quel che luccica

la Via della Seta nasconde profonde crepe etiche e strutturali. Il primo grande nodo è umanitario: la BRI terrestre parte dallo Xinjiang, la regione chiave per i corridoi verso l'Asia Centrale. Per "mettere in sicurezza" quest'area strategica, Pechino ha attuato una repressione feroce contro la minoranza musulmana degli Uiguri, rinchiudendo oltre un milione di persone in campi di detenzione e lavoro forzato. Di fatto, i binari che portano le merci in Europa poggiano su una gravissima violazione dei diritti umani.

A questo si aggiunge la cosiddetta "trappola del debito": prestiti facili a Paesi vulnerabili che, quando non riescono a pagare le rate, sono costretti a cedere la propria sovranità. L'esempio da manuale è lo Sri Lanka, che non potendo ripagare i debiti ha dovuto cedere alla Cina il controllo fisico del porto strategico di Hambantota per ben 99 anni. Allo stesso momento, le opere edificate da Pechino all'estero vengono realizzate attraverso manodopera cinese, invece di quella locale.

Da non trascurare infine è il tema della video-sorveglianza e dell'intelligenza artificiale. Secondo i dati dell'Institute of development studies, 11 Paesi africani hanno speso complessivamente più di due miliardi di dollari in tecnologie cinese di riconoscimento facciale e localizzazione di veicoli. Informazioni il cui destino non è sempre chiaro.

Per questo motivo, nonostante i propositi nobili di creare una nuova globalizzazione più giusta, e una rete di rapporti internazionali maggiormente multilaterali (cioè concordati per reciproco interesse), la Belt and Road Initiative viene accusata di essere un vero e proprio Cavallo di Troia.

Sia in Africa che in Asia, si è andata sviluppando una resistenza sociale, sindacale e ambientale ai progetti di Pechino che è sfociata in diverse occasioni in vere e proprie ribellioni.

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