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25 Maggio 2026
17:30

La terra rossa non è (solo) terra: come cambia il tennis sui campi del Roland Garros

Jannik Sinner ha completato il Career Golden Masters a Roma e ora punta al Roland Garros 2026. Entrambi si giocano su terra rossa, una superficie rallenta la pallina, alza il rimbalzo e per decenni ha resistito persino all'occhio di falco. Ma cosa c'è davvero sotto i piedi dei tennisti dal punto di vista tecnico?

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La terra rossa non è (solo) terra: come cambia il tennis sui campi del Roland Garros
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Jannik Sinner ha vinto gli Internazionali d'Italia battendo Casper Ruud 6-4, 6-4, cinquant'anni esatti dopo l'ultimo trionfo azzurro a Roma firmato da Adriano Panatta nel 1976. Ora la carovana del tennis punta verso il Roland Garros, il grande torneo di Parigi rimasto l'ultimo ancora mancante nella bacheca del n.1 al mondo della classifica ATP. Entrambi i tornei si giocano sulla stessa superficie: la terra rossa. Ma cos'è esattamente? E perché cambia così radicalmente il gioco rispetto, ad esempio, al cemento di New York o all'erba di Wimbledon?

La terra del Roland Garros non è argilla, ma polvere di mattone

Il primo equivoco da chiarire è quello del nome. I campi da tennis in terra rossa non sono formati da vera terra, ma da mattoni: laterizi d'argilla cotta, macinati fino a diventare polvere. Questo materiale ha proprietà ideali per il gioco del tennis: non trattiene troppa acqua, è stabile sotto i piedi degli atleti ed è abrasivo quanto basta per garantire rimbalzi controllati ed omogenei.

La storia di questa superficie è curiosa. Nel 1880 i fratelli William ed Ernest Renshaw, pionieri del tennis britannico, cercavano una soluzione per proteggere dal sole cocente i campi da tennis in erba della loro residenza estiva a Cannes. Ebbero un'idea semplice quanto geniale: coprirli con polvere di terracotta ottenuta da vasi frantumati. Così nacque la prima forma di campo da tennis in terra battuta, destinata a diventare lo standard dei tornei europei primaverili.
Oggi i campi che ospitano i tornei sono strutture molto più sofisticate di una semplice spolverata di mattoni triturati: sotto la superficie visibile, alta pochi millimetri, si cela un sistema articolato che può variare da campo a campo ma che solitamente comprende un fondo di pietra calcarea frantumata, circa 30 cm di ghiaia e un ulteriore strato drenante.

Questa struttura garantisce che l'acqua piovana venga smaltita rapidamente e che il campo rimanga uniforme anche dopo un temporale, ma può variare da torneo a torneo in base alla temperatura, all’umidità e all’altitudine a cui si trova il campo. A Roma, ad esempio, la superficie e il trattamento dei campi variano tra i diversi luoghi in cui si disputano i match: alcuni sono posizionati sotto il livello del suolo, il Centrale è circondato da alte tribune che complicano l’areazione, mentre altri campi sono ben arieggiati e possono risultare più secchi.

Cosa accade quando la pallina rimbalza sulla terra rossa

La terra rossa assorbe parte dell'energia orizzontale della pallina, ma restituisce più spinta verticale, con rimbalzi alti e spesso imprevedibili. È come se la terra "trattenesse" un po' la pallina, ma poi la respingesse più in alto. Il risultato pratico è che la pallina arriva più lentamente e più alta rispetto al cemento, dando ai giocatori più tempo per raggiungerla.

Grazie a questa particolarità, la terra accentua gli effetti del topspin. Quando un giocatore imprime molto topspin (cioè fa ruotare velocemente la palla in avanti) la pallina aumenta il tempo di contatto con il terreno. Il risultato è un rimbalzo più alto e una perdita di velocità, rendendo il colpo più difficile da attaccare per l’avversario, che a quel punto ha due scelte: anticipare la risposta, con un colpo difficile da controllare, o attendere il lento rimbalzo e quindi indietreggiare molto.
In termini fisici, quello che conta sono due grandezze: il coefficiente di attrito (quanto la superficie rallenta il movimento orizzontale della palla) e il coefficiente di restituzione (quanto rimbalzo verticale restituisce). Su superfici come la terra rossa, il contatto con il suolo dura più a lungo, con una maggiore perdita di velocità orizzontale rispetto al cemento.

Perché la terra battuta favorisce un certo stile di gioco: gli aspetti scientifici

Sul cemento o sull'erba, chi serve forte e attacca subito la rete può ottenere un discreto vantaggio: la pallina è bassa, veloce, e l'avversario ha poco tempo per rispondere. Sulla terra questo schema funziona meno, perché la palla rallenta, il rimbalzo è più alto e chi riceve ha qualche attimo in più per rispondere anche ai servizi potenti.

È importante considerare anche un aspetto fisico che riguarda i movimenti degli atleti: nei campi in terra rossa i tennisti imparano a scivolare in frenata, una tecnica che dal punto di vista biomeccanico riduce il carico sulle ginocchia distribuendo l'energia d'impatto. Non a caso, solitamente gli infortuni sono meno frequenti sulle superfici in terra rossa. Ne è un esempio Rafael Nadal, re indiscusso del clay con i suoi 14 trofei del Roland Garros in bacheca, che in carriera ha patito una lunga serie di infortuni ma che è riuscito sempre a dare il meglio di sé su questa superficie.

La terra rossa lascia la firma: il segno della pallina

C'è un aspetto della terra rossa che non ha equivalenti in nessun'altra superficie: la terra battuta conserva il segno del rimbalzo della pallina. Per questo gli arbitri possono verificare a occhio nudo se la palla è dentro o fuori, anche se questa verifica ad oggi è sostanzialmente sostituita dalla tecnologia.

Questo però è stato il motivo principale per cui la terra ha resistito per molti anni all'introduzione dell'occhio di falco, la tecnologia elettronica che ricostruisce la traiettoria della pallina e che negli ultimi 20 anni ha gradualmente soppiantato i giudici di linea nei tornei di alto livello.
Dal 2025 però anche questo baluardo è caduto: l'ATP ha adottato su tutti i tornei e su tutte le superfici il Live Electronic Line Calling (ELC), il sistema di occhio di falco che sostituisce totalmente il lavoro dei giudici di linea, eliminando la differenza nell'utilizzo della tecnologia fra tornei sulla terra e su cemento o erba. L'unica eccezione rimasta è proprio il Roland Garros: mentre tutti gli altri Slam adottano il sistema elettronico di chiamata automatica, Parigi conferma i giudici di linea in carne e ossa anche nell'edizione 2026. Un'anomalia sempre più difficile da giustificare, ma che per ora sopravvive, forse come ultimo omaggio alla caratteristica più unica di questa superficie.

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