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25 Aprile 2026
13:00

Perché il 25 aprile si mangia la pastasciutta antifascista: l’origine nel 1943 e la storia del simbolo

La pastasciutta antifascista nasce il 25 luglio 1943, per festeggiare la fine della dittatura: il gesto di condivisione della famiglia Cervi, che offrì chili e chili di pasta al burro e formaggio, ancora oggi rievoca la Resistenza italiana e il viaggio verso la Liberazione.

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Perché il 25 aprile si mangia la pastasciutta antifascista: l’origine nel 1943 e la storia del simbolo
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Quella della pastasciutta antifascista è una tradizione popolare nata in Italia durante la seconda guerra mondiale che si tramanda ancora oggi in tutto il Paese. Un simbolo che ha origine il 25 luglio 1943 nella provincia di Reggio Emilia, quando la famiglia Cervi, per festeggiare la caduta di Mussolini, distribuì gratuitamente quintali di pasta al burro e formaggio. Da allora, si rievoca la Storica Pastasciutta Antifascista di Casa Cervi, diventata in generale uno dei simboli della Resistenza italiana, anche in occasioni come il 25 aprile, giorno in cui si festeggia la Liberazione dell'Italia dal regime fascista e dall'occupazione da parte dei nazisti.

Come nasce la tradizione della pastasciutta antifascista: la storia

La nascita di questo piatto si fa risalire al 25 luglio del 1943, data in cui Benito Mussolini venne destituito dalla carica di Presidente del Consiglio dal sovrano Vittorio Emanuele III, dopo 21 anni di regime. Il giorno dopo il Re nominò come nuovo capo del governo il Maresciallo dell'esercito Pietro Badoglio. La guerra, nonostante la caduta del fascismo, continuò, con molte vittime innocenti.

Quello stesso 25 luglio, a Gattatico, Reggio Emilia, dopo una giornata di lavoro nelle campagne, i fratelli e se sorelle Cervi, vennero informati della caduta di Mussolini e per festeggiare la notizia che segnava la fine della dittatura cucinarono e distribuirono pastasciutta a tutto il paese. La "ricetta", molto semplice, prevedeva una pasta condita con burro e parmigiano. I fratelli Cervi si procurarono la farina per impastare, burro e formaggio e prepararono quintali di pasta (si tramanda siano stati 380 chili!), che trasportarono con un carro in piazza a Campegine, per condividerla e festeggiare.

La pastasciutta, cibo popolare, divenne uno dei simboli della Resistenza, proprio in un periodo storico in cui Mussolini chiedeva di consumare il riso anziché la pasta, poiché veniva prodotto in maniera autosufficiente in Italia a differenza del grano. Il Duce era appoggiato nella sua propaganda dal futurista Filippo Tommaso Marinetti, che ne Il Manifesto della cucina futurista invitava ad abolire la pastasciutta per motivi di salute e patriottici, considerandola un cibo non adatto ai combattenti.

 «Vi annuncio il prossimo lanciamento della cucina futurista per il rinnovamento totale del sistema alimentare italiano, da rendere al più presto adatto alle necessità dei nuovi sforzi eroici e dinamici imposti alla razza. La cucina futurista sarà liberata dalla vecchia ossessione del volume e del peso e avrà, per uno dei suoi principi, l’abolizione della pastasciutta. La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti. È d’altra parte patriottico favorire in sostituzione il riso», dichiarò Marinetti alla Radio. Il manifesto fu poi pubblicato due settimane dopo su La Gazzetta del Popolo di Torino il 28 dicembre 1930.

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I sette fratelli Cervi: Gelindo (1901); Antenore (1906); Aldo (1909); Ferdinando (1911); Agostino (1916); Ovidio (1918) ed Ettore (1921). Le due sorelle: Rina e Diomira Cervi. I genitori: Alcide Cervi (1875–1970) e Genoeffa Cocconi (1876–1944).

I fratelli e la famiglia Cervi

Originari della bassa reggiana, i Cervi erano una famiglia numerosa di contadini-mezzadri: i genitori, Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi, avevano nove figli. Sette maschi (Gelindo, Antenore, Aldo, Agostino, Ferdinando, Ovidio, Ettore) e due femmine (Diomira e Rina). I Cervi si trasferirono in affitto nel podere di Campi Rossi, a Gattatico, nel 1934, approfittando di un canone di affitto bassissimo, che dipendeva dalla difficoltà di coltivare quelle terre. Queste non li spaventò e anzi, li motivò, spingendoli ad adottare nuove tecniche di coltivazione all'avanguardia. Furono i primi nella zona, nel 1939, ad acquistare un trattore.

Dall'inizio del regime di Mussolini, la famiglia si dimostrò profondamente antifascista: Aldo, il terzo dei fratelli, già alla fine degli anni Venti, venne rinchiuso nel carcere di Gaeta per 3 anni. Qui lesse Gramsci e Marx e ne riportò gli insegnamenti quando tornò a Gattatico, diffondendo insieme ai fratelli tutti quei libri che erano stati proibiti dal fascismo, il quotidiano comunista l'Unità e partecipando ad attività sovversive, tra volantinaggio, sabotaggi di fabbriche che producevano armi destinate alla guerra, oltre ad attentati contro i presidi fascisti, in cui raccogliere risorse destinate a chi aveva disertato la leva e veniva ospitato ai Campi Rossi. Tra gli ospiti della "banda Cervi" ci furono anche molti ex prigionieri sovietici e partigiani stranieri che combatterono per la Resistenza.

Il loro attivismo costò loro molto caro. Nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1943, i soldati della Repubblica Sociale Italiana circondarono la casa e ingaggiarono uno scontro a fuoco che costrinse i partigiani ad arrendersi. I fratelli, il padre Alcide e altri partigiani, tra cui Quarto Camurri, furono arrestati, e casa Cervi fu avvolta dalle fiamme. I sette fratelli, insieme a Camurri, vennero fucilati dai fascisti per rappresaglia all'alba del 28 dicembre 1943.

Il Museo Cervi a Gattatico

Oggi a Gattatico, sui Campi Rossi, un podere di circa 16 ettari collocato nel mezzo della Pianura Padana, fra Parma e Reggio Emilia, sorge il Museo Cervi: qui, sulla terra dove i Cervi arrivarono nel 1934 per coltivarla, si conserva la memoria della Resistenza e della storia del movimento contadino. Aperto tutto l'anno, dal martedì alla domenica, il museo e la memoria che conservano vengono tenuti attivi dall’Istituto Alcide Cervi, costituito il 24 aprile del 1972 a Reggio Emilia per iniziativa dell’Alleanza Nazionale dei Contadini (oggi Confederazione Italiana Agricoltori), dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, della Provincia di Reggio Emilia e del Comune di Gattatico.

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