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Tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella vita questo simbolo a trifoglio (in inglese "trefoil") nero su sfondo giallo, composto da un pallino centrale e da tre eliche attorno ad esso. Si tratta del "pericolo radiazioni", usato per segnalare luoghi nei quali viene maneggiato materiale radioattivo o dove si utilizzano strumenti che producono radiazioni (ISO 7010 – W003).
Ma da dove arriva quest'immagine? Cosa rappresenta? Ed è sempre stato questo il simbolo per indicare il pericolo di radioattività?

L'origine del simbolo

Il simbolo del nucleare è stato ideato nel 1946 presso il Radiation Laboratory dell'Università della California, a Berkley. La sua spiegazione è tanto semplice quanto efficace: il pallino al centro rappresenta l'atomo e le tre sagome nere simboleggiano la radioattività emessa. Facile, no?
La storia dietro all'ispirazione per questo logo è andata persa nel tempo: secondo alcuni resoconti dell'epoca gli ideatori avrebbero preso spunto da un cartello di "pericolo eliche in movimento" di un vicino bacino di carenaggio, mentre secondo si lasciarono ispirare dalla bandiera della marina Giapponese – all'epoca un simbolo ben noto a tutti gli americani e facilmente associabile a una sensazione di "pericolo".

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in foto: Bandiera della marina giapponese.

In origine però questo cartello aveva un aspetto un po' diverso da come lo conosciamo oggi: non era nero su sfondo giallo, ma magenta su sfondo blu!
Il magenta fu scelto perché era un colore poco utilizzato nei laboratori (e quindi molto riconoscibile), oltre al fatto che questa vernice costava molto, scoraggiando altri enti ad utilizzarlo per creare altri segnali di pericolo. Anche il blu fu selezionato seguendo la stessa logica: era un colore che raramente si poteva osservare nei segnali di pericolo e all'interno dei laboratori.

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Il cambio di colore

Il cartello blu/magenta, per quanto caratteristico, si rivelò presto poco leggibile: gli autori provarono a mettere delle sottili linee bianche in diagonale sullo sfondo ma, anche in quel caso, la leggibilità non era poi così buona. In più dobbiamo considerare che i cartelli lasciati all'aperto si scolorivano, rendendo il tutto ancora meno comprensibile.
Si scelse quindi di cambiare lo sfondo e di mettere il giallo al posto del blu, similmente a quanto già fatto da altri cartelli di pericolo: il giallo è infatti uno tra i colori che più facilmente saltano all'occhio.

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in foto: Credit: ORAU.

Dopo diversi test, si osservò come la combinazione magenta/giallo fosse tra quelle le più leggibili: per questo motivo negli USA viene parzialmente utilizzata ancora oggi. In realtà nel resto del mondo per uniformare questo cartello agli altri segnali di pericolo, il magenta è stato sostituito dal nero, andando quindi a creare il cartello nero/giallo che tutti conosciamo.

Il nuovo simbolo

Oltre al simbolo che abbiamo imparato a conoscere, l'International Organization for Standardization (ISO) e l'International Atomic Energy Agency (IAEA) nel 2007 hanno proposto anche un cartello supplementare (ISO Standard #21482). L'obiettivo di questo nuovo segnale è quello di "ridurre le morti non necessarie e le gravi ferite derivanti da esposizione accidentale a scorie radioattive".

nuovo pericolo radiazioni

Come si può ben vedere dall'immagine qui sopra, il teschio e l'omino che scappa indicano molto chiaramente che si tratta di qualcosa di pericoloso.
Si tratta di un cartello essenziale per salvare la vita a tutti coloro che non conoscono il significato del cartello "classico" giallo e nero: questo accade molto spesso in tutti quei Paesi dove vengono smantellati rifiuti metallici di ogni tipo, inclusi materiali radioattivi che, spesso, non vengono riconosciuti dalla popolazione. Come confermato dall'esperta di fonti radioattive della IAEA Carolyn MacKenzie:

Il nuovo simbolo non rimpiazza il simbolo a trifoglio, ma è un'aggiunta. Deve essere posto sulla fonte radioattiva o sul suo rivestimento o sotto la copertura del dispositivo. In molti casi non sarà visibile in caso di uso normale ma sarà visibile solo se qualcuno cercherà di smantellare la fonte radioattiva.

Articolo a cura di
Stefano Gandelli