
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la loro uscita dall'OPEC, l'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, a partire dal 1° maggio 2026. Si tratta di una decisione storica: gli Emirati erano tra i membri più importanti dell'organizzazione, di cui facevano parte dal 1967, quasi 60 anni. La decisione arriva in un momento di massima tensione per i mercati energetici globali, con lo Stretto di Hormuz ancora bloccato a causa della guerra tra USA e Iran, e rappresenta un duro colpo per l'OPEC, che perde un membro che rappresentava circa il 12% della produzione totale dell'organizzazione formata da 12 Paesi (che ora scenderà a 11 membri).
Il ministro dell'Energia degli Emirati, Suhail Al Mazrouei, ha giustificato la decisione come una scelta sovrana basata su una “revisione della politica di produzione”, dichiarando che l'abbandono è stato organizzato in questo momento in modo che, con la chiusura di Hormuz, l'impatto sul mercato petrolifero sia minore.
L'obiettivo degli Emirati, quindi, è quello di liberarsi dai rigidi vincoli imposti dal cartello – i cui membri controllano circa il 79% delle riserve petrolifere globali – così da acquisire maggiore autonomia nel decidere la propria produzione petrolifera. Non è la prima volta che un Paese membro abbandona l'OPEC: questo episodio, tuttavia, rischia di innescare una reazione a catena, con ulteriori abbandoni da parte di Stati come la Nigeria o il Venezuela.
Come funziona l'OPEC e quali Paesi fanno parte del cartello
L'OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) è un'organizzazione fondata nel 1960 con l'obiettivo di coordinare e unificare le politiche petrolifere dei Paesi membri, assicurando la stabilizzazione dei mercati petroliferi. I cinque membri fondatori erano Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela.
Attualmente, il cartello è composto da 12 Paesi membri, che dal 1° maggio 2026 scenderanno a 11, con l'uscita degli Emirati Arabi Uniti: si tratta di Algeria, Arabia Saudita, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela.
Secondo l'ultimo bollettino annuale rilasciato dall'OPEC, i membri del cartello controllano circa il 79,22% delle riserve petrolifere globali, mentre producono il 36,17% del greggio di tutto il mondo. Il meccanismo di funzionamento è piuttosto semplice: i Paesi membri si riuniscono periodicamente (in condizioni normali ogni 4-6 settimane) e decidono collettivamente di aumentare o ridurre la produzione di petrolio per manipolare i prezzi sul mercato e mantenere volumi di approvvigionamento equilibrati.
Per questo motivo, l'OPEC opera esattamente come un cartello, all'interno del quale i Paesi concordano di trattenere barili dal mercato per mantenere i prezzi artificialmente alti (e quindi trarre maggiori profitti dalla vendita). Se, ad esempio, i prezzi sono troppo bassi, l'OPEC riduce la produzione, in modo che l’offerta diminuisca e, di conseguenza, i prezzi si alzino. Questo perché, se tutti i Paesi producessero al massimo delle loro capacità, le leggi della domanda e dell'offerta farebbero crollare i prezzi, riducendo drasticamente i ricavi di tutti.
Oltre all'OPEC, esiste un'organizzazione ancora più grande, l'OPEC+, che riunisce tutti i membri dell'OPEC più una serie di Paesi alleati, tra cui la Russia: gli Emirati Arabi Uniti stanno lasciando anche l'OPEC+.
Perché gli Emirati hanno scelto di uscire dall'OPEC e quali sono le possibili conseguenze
La decisione degli Emirati Arabi Uniti non arriva a sorpresa: nel corso degli anni, infatti, il Paese ha più volte cercato di aumentare le proprie quote di produzione petrolifera, confrontandosi ripetutamente con l'Arabia Saudita (leader de facto dell'organizzazione) che ha sistematicamente bloccato queste richieste. Del resto, gli EAU hanno investito ingenti somme per incrementare la propria capacità produttiva e si è sempre dimostrato restio ad accettare i vincoli imposti dall'Organizzazione.
Abbandonare l'OPEC, quindi, permetterà agli Emirati di liberarsi dalle rigide quote stabilite dal cartello, così da acquisire maggiore flessibilità e decidere in autonomia la propria produzione petrolifera. Secondo gli ultimi dati dell'IEA (l'Agenzia Internazionale dell'Energia), a marzo il Paese ha estratto circa 2,37 milioni di barili di petrolio al giorno, a fronte di una capacità di circa 4,3 milioni di barili al giorno.
Insomma, essere membro dell'OPEC obbliga i Paesi a rispettare le decisioni comuni relative all'aumento o al calo della produzione di petrolio: uscire dall'organizzazione significa poter agire in autonomia e rispondere più velocemente alla volatilità dei mercati.
Secondo gli analisti, tuttavia, la decisione degli EAU potrebbe essere un'arma a doppio taglio: visto che lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso, gli Emirati non hanno modo di aumentare molto le proprie esportazioni di petrolio. Al tempo stesso, ora le decisioni dell'OPEC saranno in mano quasi completamente all'Arabia Saudita, che controlla il 31% della capacità di produzione del cartello.
Va detto, però, che l'abbandono rischia quasi sicuramente di ridurre la capacità dell’OPEC di manipolare i prezzi del petrolio, con la possibilità concreta che aumenti la volatilità dei prezzi – soprattutto se il cartello avrà meno influenza per controllare il mercato petrolifero, perdendo un membro importante che rappresentava il 12% della produzione totale dell'organizzazione.
Tra l'altro, forse non a caso, questo indebolimento potrebbe favorire gli Stati Uniti, il più grande esportatore di idrocarburi al mondo e spesso in competizione con l'OPEC, più volte criticata dal Presidente USA Donald Trump.
I precedenti: quali sono i Paesi che hanno già lasciato l'OPEC
L'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC non è il primo caso di abbandono del cartello (e potrebbe non essere l'ultimo): guardando ai soli Paesi del Golfo, già nel 2019 il Qatar era uscito dall'organizzazione sostenendo che la sua posizione di produttore di gas naturale liquefatto (GNL) rendeva irrilevante la sua appartenenza all'OPEC, focalizzata principalmente sul petrolio.
Ma nel corso della sua storia, l'OPEC ha visto altri Stati abbandonare o sospendere la partecipazione al cartello, principalmente per motivi legati alle quote produttive e ai costi finanziari. Il caso più recente è quello dell'Angola, ritiratasi effettivamente il 1° gennaio 2024, ma tra i casi di sospensione reversibile figurano anche l'Ecuador, che si ritirò nel dicembre 1992 lamentando l'onere finanziario (circa 2 milioni di dollari annuali), per poi riattivare la partecipazione nel 2007 e ritirarsi definitivamente il 1° gennaio 2020.
L'Indonesia, membro dal 1962, sospese prima la sua adesione nel 2009 perché era diventata un importatore netto di petrolio (incapace di rispettare le quote di produzione imposte) per poi riattivare e sospendere nuovamente l'adesione nel 2016, quando l'OPEC chiese una riduzione produttiva del 5%.
Il caso degli Emirati, tuttavia, rischia di innescare un effetto a catena: secondo gli analisti, anche Nigeria e Venezuela, ormai più autosufficienti nella produzione, potrebbero presto lasciare l'organizzazione in cerca di maggiore autonomia e flessibilità.