
A tutti piace sentirsi dire “ti amo”, “sei bellissimo/a”, mentre a nessuno piace sentirsi dare dell’idiota. Secondo Masaru Emoto, uno pseudoscienziato giapponese, anche l’acqua ha queste preferenze “emotive” e reagirebbe alle nostre parole e “intenzioni” creando cristalli di ghiaccio diversi a seconda di ciò che le diciamo. Ovviamente si tratta di una bufala che gira dagli anni Novanta e che purtroppo di tanto in tanto torna a essere virale. Secondo Emoto, se diciamo a un barattolo d’acqua “ti amo” o gli facciamo ascoltare Mozart, una volta congelata quest’acqua forma cristalli bellissimi. Viceversa, se la insultiamo o le facciamo ascoltare heavy metal, i cristalli ottenuti sarebbero brutti. A prescindere dal fatto che bello e brutto sono descrizioni soggettive, non concetti universali, gli esperimenti e la teoria di Emoto non stanno in piedi per tantissimi motivi.
In primis, è accertato che la forma dei cristalli di acqua dipende da fattori misurabili come temperatura, umidità, pressione e non da ultimo l’eventuale presenza di microparticelle di inquinanti, come la polvere. E inoltre Emoto non ha mai voluto condurre esperimenti in doppio cieco, cioè senza che i ricercatori e i fotografi sapessero a quale barattolo corrispondevano i cristalli, né tantomeno sottoporli a verifiche esterne e indipendenti. Insomma, non è così che si fanno scoperte scientifiche!
Chi era Masaru Emoto e cos’è la teoria della memoria emotiva dell'acqua: gli esperimenti
Masaru Emoto è stato un saggista e pseudoscienziato giapponese salito alla ribalta nel 1999 con la pubblicazione del suo libro “Messaggi dall’acqua”. All’interno, c’erano i risultati dei suoi mirabolanti esperimenti con l’acqua: foto di cristalli di acqua sottoposta a lodi, frasi amorevoli e musica classica, contrapposte a quelle di cristalli ottenuti da acqua insultata e che aveva ascoltato heavy metal. Emoto non era uno scienziato. Si laureò in relazioni internazionali, ottenendo poi un diploma in medicina alternativa presso un’università privata indiana e negli anni ha pubblicato diversi libri su questa fantomatica “memoria emotiva dell’acqua”, fino all’ultimo “Messaggi nascosti nell’acqua” del 2004.
Il presupposto degli esperimenti di Emoto potrebbe sembrare semplice: ciò che diciamo all’acqua modifica la sua struttura molecolare e i cristalli ottenuti dopo il congelamento risentono delle emozioni che abbiamo trasmesso con le nostre parole. Una sorta di memoria emotiva dell’acqua.
Nei suoi primi esperimenti, Emoto raccoglieva campioni di acqua in dei barattoli. Ad alcuni diceva “ti amo”, “pace” o gli faceva ascoltare Mozart. Ad altri diceva “ti ucciderò”, o faceva partire brani heavy metal. Congelava l’acqua a -4 °C e poi analizzava i cristalli che si formavano. Secondo Emoto, l’acqua “amata” produceva cristalli belli, quella “odiata e maltrattata” cristalli brutti.
Un secondo esperimento, che spesso si vede sui social, è quello del riso. Mettere del riso bollito in dei barattoli (da solo o con aggiunta di acqua) e sottoporlo allo stesso trattamento emotivo. Stavolta però non si cristallizza nulla. Dopo 30 giorni di paroline dolci o invettive, il riso è rispettivamente fermentato, segno di una maturazione positiva, o marcito.
Da cosa dipende la forma dei cristalli d'acqua: cosa dice la scienza
Ci sono basi scientifiche agli esperimenti di Emoto? La risposta breve è no. Innanzitutto, sappiamo esattamente cosa influenza la forma dei cristalli: temperatura, umidità, pressione, velocità di raffreddamento, presenza di eventuali inquinanti, come granelli di polvere. Il diagramma di Nakaya e gli studi di Kenneth Libbrecht, del California Institute of Technology dimostrano che questi parametri bastano a spiegare ogni variazione osservabile, dai cristalli piatti che si formano tra 0 e –3 °C alle strutture dendritiche ramificate che compaiono intorno a –15 °C. Uno sbalzo di un solo grado centigrado è sufficiente a cambiare radicalmente la morfologia.

In secondo luogo, Emoto non ha mai pubblicato i suoi studi su riviste peer reviewed, né ha mai accettato di sottoporsi ad analisi indipendenti. Come notava William Reville (biochimico dell'University College Cork), durante un’intervista per The Irish Times, il fatto che il fenomeno non sia mai stato pubblicato su una rivista peer-reviewed significa quasi certamente che l'effetto non può essere dimostrato in condizioni controllate.
Inoltre, gli esperimenti di Emoto non prevedevano la presenza di un barattolo di controllo e non erano condotti in cieco, un metodo di ricerca in cui ricercatori, pazienti (se si tratta di farmaci o terapie), o in questo caso i fotografi, non sanno quale campione stiano analizzando (se quello "trattato" o quello di controllo) fino alla fine della sperimentazione. Sia lui, che i membri del suo team e i fotografi sapevano esattamente cosa andare a cercare: sapendo in anticipo quale campione fosse "buono" e quale "cattivo" non esistono imparzialità e oggettività. Un esempio perfetto di bias di conferma, molto presente negli studi aperti (cioè non in cieco), come confermato anche da un’analisi del 2015 pubblicata su PLOS Biology: analizzando quasi 900.000 articoli scientifici, i ricercatori hanno dimostrato che gli studi condotti senza protocollo in cieco producono sistematicamente risultati più «significativi». Il bias è tanto più forte quanto più la variabile misurata è soggettiva, come appunto decidere se una foto è bella o meno.
E questo è l’ultimo punto: la valutazione estetica di una fotografia non è un parametro oggettivo. Ciò che è bello per una persona, può essere orribile per un’altra. Prendiamo un esempio artistico: c’è a chi piace l’arte moderna e chi invece la detesta, preferendo quella classica. Non possiamo basare una teoria scientifica su qualcosa di così astratto e personale.
I bias psicologici delle teorie di Emoto
Sono le parole stesse di Emoto a compromettere qualsiasi validità della sua teoria. Leggere i suoi scritti fa quasi venire la pelle d’oca per il numero di evidenti compromissioni e bias nel suo metodo. Eccone solo un paio.
Bias di conferma: scegliere solo quello che ci fa comodo
In “Messaggi dall’acqua” Emoto scrive “mi ci sono voluti due mesi per ottenere un’immagine di cui fossi soddisfatto”. E già qui possiamo vedere il bias di conferma, perché cerca attivamente qualcosa che gli piaccia, così come in un altro passaggio “Il nostro staff, per prima cosa quando guardava un cristallo sapeva di dover cercare forme perfettamente esagonali, così come viste nella prima fotografia. Nella nostra esperienza, sappiamo che qualsiasi scheggiamento o crepa non è un buon segno. In altre parole, il criterio di giudizio è se, guardandolo, si riesce a percepire se è bello o meno.”
È facile ottenere i risultati che vogliamo, se scegliamo solo quelli che confermano ciò che già pensiamo. La ricerca scientifica non lavora così. La scienza non sceglie quali dati tenere e quali no. Non si lascia (almeno non dovrebbe) sopraffare da valutazioni soggettive quali “bello o brutto”.
L’ipotesi ad hoc
Nei suoi testi, Emoto spiega che se la mente del ricercatore è confusa, scettica o semplicemente “non pura” queste vibrazioni impediranno la formazione di cristalli belli e armoniosi, anche se si dicono parole positive. Insomma, se l'esperimento non riesce, la colpa è dello scienziato che non era abbastanza convinto o “puro”. In filosofia della scienza, questa si chiama ipotesi ad hoc: inventiamo una scusa esterna e non misurabile per rendere la nostra teoria inattaccabile. Come si può rispondere a “Non ci credi abbastanza”? Chi è che misura quanto crediamo in qualcosa?
Incolpare il test, lo strumento o l'intenzione dello scienziato ogni volta che la realtà smentisce la teoria è l'antitesi del progresso scientifico. Ogni teoria scientifica, secondo il filosofo Karl Popper, per essere considerata valida deve essere falsificabile, cioè deve poter essere smentita. Sembra controintuitivo, ma una teoria più è solida, quanto più si espone al rischio di essere smentita. Se affronta il rischio e "sopravvive" agli esperimenti, la consideriamo valida e robusta. Un bravo scienziato non dice “Ho ragione perché è così e se non hai i miei stessi risultati è colpa tua”. Un bravo scienziato cerca anche di smontare la sua stessa teoria e i suoi esperimenti, sottoponendoli a tutte le situazioni in cui i suoi risultati potrebbero non essere veri! Paradossalmente, è questo che rende solida una teoria scientifica: la sua capacità di essere messa alla prova!
I tentativi di spiegazione: falliti anche questi
A onor del vero, nel 2006 e 2008 il ricercatore Radin pubblicò due studi co-firmati da Emoto che introducevano per la prima volta protocolli in cieco. Nel primo, 2.000 seguaci di Emoto inviarono «intenzioni positive» verso campioni d'acqua in California e 100 giudici valutarono i cristalli senza sapere quali fossero «trattati». Nel secondo, tre livelli di cieco e 1.900 partecipanti. In entrambi i casi i risultati sembravano confermare la teoria di Emoto. Ma… Entrambi gli studi furono condotti dagli istituti degli stessi autori, senza verifica indipendente e i 2.500 giudici del secondo studio sapevano di partecipare a uno studio sull'”intenzione e l'acqua”, orientando le aspettative. Ecco smentiti dunque anche i tentativi di donare dignità scientifica a una teoria totalmente senza fondamento.
Per parafrasare zio Ben di Spiderman: "da grandi poteri derivano grandi responsabilità". Una teoria rivoluzionaria ha bisogno di prove solide, di essere riproducibile, di aprirsi alla validazione da enti esterni. James Randi, un’illusionista e divulgatore scientifico che fece parte del team di Nature che smentì gli esperimenti sulla memoria dell'acqua di Benveniste, che avrebbero dovuto fornire una base scientifica alle teorie omeopatiche, scrisse un concetto da tenere a mente ogni qualvolta ci si pone davanti una nuova e mirabolante teoria scientifica:
“Se io affermo di avere una capra nel mio giardino, molti di voi non avrebbero difficoltà a credermi e potrebbero accontentarsi della testimonianza di un vicino. Ma se affermassi di avere un “unicorno” nel giardino, quanti si accontenterebbero di una semplice testimonianza di un vicino?”