
Un piccolo dischetto bianco sul retro del braccio sinistro. È bastato questo dettaglio, comparso in un video degli allenamenti di Jannik Sinner a Montecarlo in vista della stagione sull'erba, per catalizzare la curiosità di tifosi e appassionati. Quell'oggetto è un CGM, sigla che sta per "Continuous Glucose Monitoring", cioè monitoraggio continuo del glucosio: un sensore nato per le persone con diabete, che però viene utilizzato anche da molti atleti professionisti per monitorare, appunto, i livelli del glucosio nel sangue.
Cos'è il CGM di Sinner a Montecarlo e come funziona
Un sensore per il monitoraggio continuo del glucosio è un dispositivo indossabile grande all'incirca quanto una moneta da 2€, che si applica di solito sul braccio o sull'addome e resta in funzione per 7-14 giorni. Sotto l'adesivo c'è un sottilissimo filamento flessibile, dallo spessore di una frazione di millimetro, che si inserisce per circa mezzo centimetro nel tessuto appena sotto l'epidermide. Lì non incontra un vaso sanguigno, ma il cosiddetto liquido interstiziale, ovvero il fluido che riempie gli spazi fra una cellula e l’altra.

Il dispositivo funziona tramite una semplice reazione chimica: il filamento è rivestito di glucosio ossidasi, un enzima che reagisce con le molecole di glucosiopresenti nel liquido interstiziale. La reazione genera una piccolissima corrente elettrica proporzionale alla quantità di zucchero presente, il sensore converte quel segnale in un valore e lo trasmette via Bluetooth a uno smartphone o a un ricevitore, di norma con una lettura ogni 1-5 minuti. Nell'arco di due settimane si accumulano così oltre 4.000 misurazioni, che disegnano una curva continua dell'andamento del glucosio 24 ore su 24.
A differenza della classica puntura sul polpastrello per misurare il glucosio presente nel sangue in un determinato momento, questo strumento è utile per valutare il dato in un arco di tempo più ampio, per capire se il valore sta salendo o scendendo, e con quale rapidità. Il dispositivo costa tra i 60 e gli 80 euro circa.

Nato per il diabete, ma utilizzato anche dagli atleti
Il CGM non è una novità tecnologica. I primi modelli risalgono alla fine degli anni '90 ed erano strumenti pensati per i medici, per seguire i pazienti con diabete di tipo 1. In queste persone il pancreas non produce insulina, l'ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule e di essere usato come energia. Senza un controllo costante la glicemia può salire a livelli pericolosi o crollare fino allo svenimento, per questo oggi il sensore è indossato dalla maggior parte delle persone affette da diabete di tipo 1.
Nel tennis l'esempio più noto è quello di Alexander Zverev, vincitore del Roland Garros 2026, al quale il diabete di tipo 1 fu diagnosticato all'età di 4 anni. Durante i cambi di campo il tennista tedesco controlla spesso i valori del sensore e, se necessario, si inietta l’insulina, come è possibile vedere nel video pubblicato su X da Bleacher Report qui sotto.
Negli ultimi anni, però, il CGM si è diffuso anche fra atleti che il diabete non ce l’hanno, non con la logica di curare una patologia, ma per raccogliere dati. Osservando come la glicemia risponde a una certa alimentazione, a un determinato tipo di allenamento o allo stress della gara, un atleta e il suo staff possono capire meglio come e quando rifornirsi di energia.
Tra le applicazioni più indagate c'è la prevenzione dell'ipoglicemia "reattiva": un calo improvviso della glicemia che può comparire nei primi 30 minuti di attività se si assumono zuccheri troppo a ridosso dello sforzo, accompagnato da debolezza e nausea. Il sensore può inoltre aiutare a contenere i cali di energia nelle prove di lunga durata, a osservare il recupero notturno, o a individuare segnali di sovrallenamento. Tutti dati che possono essere fondamentali in uno sport di fatica e durata come il tennis.
Cosa il sensore NON può dire
Per quanto offra una serie di dati utilissimi, il CGM non è la "spia del carburante" di un atleta. Il muscolo che lavora durante una partita di tennis brucia soprattutto glicogeno, ossia lo zucchero immagazzinato nei muscoli stessi e nel fegato, ed è proprio il glicogeno muscolare la riserva che determina quando arriva la crisi energetica, un dato che però il sensore non rileva. Ciò che il sensore registra è la quantità di glucosio che circola e che viene assorbita da intestino e fegato, offrendo un'informazione utile ma incompleta.
Le principali revisioni scientifiche sul tema convergono sul fatto che ad oggi non esistono prove solide che indossare un CGM possa migliorare la prestazione di un atleta sano, e il suo impiego resta limitato da problemi di accuratezza e da una generale carenza di dati. Gli specialisti segnalano anche un rischio psicologico, soprattutto in chi è già fragile: la cosiddetta "glucorexia", cioè l'ossessione di rincorrere ogni minima oscillazione del valore, con possibili ricadute sull'alimentazione e sull'ansia. In sostanza, il valore del sensore va sempre letto nel contesto: un picco provocato da uno sforzo intenso è fisiologico, non un campanello d’allarme.
E nel caso del tennista?
Relativamente all'utilizzo del sensore da parte del tennista numero uno del mondo, l'ipotesi più probabile è che il sensore sia servito a raccogliere dati dopo i controlli medici a cui si è sottoposto in seguito ai recenti episodi di difficoltà fisica, uno su tutti quello al secondo turno del Roland Garros contro l’argentino Juan Manuel Cerúndolo (partita poi persa dall'azzurro al quinto set). L'obiettivo dello staff potrebbe essere quello di capire come l’organismo di Sinner gestisce gli zuccheri sotto sforzo prolungato e in condizioni di alte temperature, così da regolare di conseguenza alimentazione e integrazione. Si tratta, in ogni caso, di un modo per conoscere meglio il proprio metabolismo.