
Sono trascorsi quattro anni da quando, il 3 luglio 2022, dal ghiacciaio della Marmolada si è staccata improvvisamente a 3200 m di quota una massa di oltre 70.000 metri cubi di ghiaccio e detriti provocando 11 vittime e 8 feriti. La causa del crollo è stata ricondotta alle alte temperature dovute al cambiamento climatico in corso. Un recente studio internazionale ha però individuato con maggiore precisione i fattori concomitanti che hanno determinato questo disastroso evento, ricostruendo l’origine del collasso. Per farlo, i ricercatori si sono serviti di avanzate tecnologie che adesso vengono utilizzate anche per il monitoraggio dei ghiacciai alpini con lo scopo di prevenire il rischio legato a questi eventi. Lo studio, che ha coinvolto anche diverse università italiane, è stato pubblicato nel 2025 sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences.

La ricostruzione dei fattori all’origine del collasso del ghiacciaio
I ricercatori hanno verificato che il crollo della massa di ghiaccio ha avuto luogo in corrispondenza di un piccolo circo glaciale posto sotto la Punta Rocca, a 3309 m di altitudine, in un’area del ghiacciaio già fratturata e fragile. Il distacco è avvenuto su un pendio inclinato fino a 40° e la massa ha percorso circa 2,3 km a una velocità compresa tra 80 e 90 km/h. All’origine dell’evento non c’è stato nessun terremoto, ma da subito era stato identificato come responsabile il cambiamento climatico. Le alte temperature dell’estate 2022 hanno comportato la fusione del ghiaccio con la formazione di uno strato di acqua liquida tra il ghiacciaio e la montagna, che ha agito da lubrificante favorendo lo scivolamento e il distacco della massa di ghiaccio.

Nel recente studio, l’analisi dei ricercatori evidenzia che il collasso è stato causato non da un singolo fattore, ma da un insieme di condizioni concomitanti:
- una fusione accelerata di neve e ghiaccio a causa delle temperature record della primavera-estate 2022;
- la presenza di una grande quantità di acqua di fusione che dalla superficie si è infiltrata nei crepacci esercitando un’elevata pressione;
- la fusione del permafrost nella roccia sottostante il ghiacciaio, che quindi non ha più potuto esercitare la sua azione di collante tra ghiaccio e roccia;
- la pendenza elevata del versante, ricoperto da strati di detrito glaciale poco coesivo.
Aldino Bondesan, geografo dell’Università di Padova e autore dello studio, ha affermato:
Il ghiacciaio si è trovato improvvisamente in una condizione di equilibrio precario: la temperatura interna era elevata, la base era instabile e l’acqua in pressione, nei crepacci e alla base, ha esercitato una spinta.
L’evento è stato quindi repentino, con un crollo avvenuto nell’arco di pochi secondi, ma le condizioni che ne hanno predisposto il verificarsi sono perdurate per mesi e addirittura anni. Durante questo periodo, a causa del riscaldamento globale, il ghiacciaio si era già ritirato e assottigliato, frammentandosi in diverse porzioni.

Le tecniche utilizzate dai ricercatori per studiare l’origine del crollo
Per lo studio i ricercatori hanno compiuto indagini geofisiche tra cui rilievi con georadar (Ground Penetrating Radar – GPR), che hanno permesso di ottenere immagini della massa glaciale in profondità inviando impulsi di onde elettromagnetiche. Sono stati utilizzati droni dotati di tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging), che hanno effettuato rilievi topografici ad alta precisione del ghiaccio e delle aree circostanti, fornendo mappe 3D e rendendo possibile l’identificazione dei crepacci e la valutazione della stabilità del ghiacciaio.

Sono state poi elaborate immagini satellitari ad alta risoluzione per analizzare la presenza d’acqua in superficie e all’interno del ghiaccio. È stato anche effettuato un carotaggio del ghiacciaio residuo e sono stati inseriti sensori di temperatura a diverse profondità nella massa glaciale. Questi hanno indicato temperature comprese tra -2,4 e -3,1 °C nel nucleo del ghiacciaio, valori pericolosamente vicini al punto di fusione. I ricercatori hanno poi simulato numericamente la stabilità del ghiacciaio utilizzando il Limit Equilibrium Method (LEM), tecnica comunemente impiegata per valutare la stabilità dei versanti. Indagini e simulazioni hanno mostrato che la perdita di equilibrio della massa di ghiaccio è avvenuta per l’interazione di fattori concomitanti e non per una singola condizione.
Dopo il collasso del ghiacciaio della Marmolada, queste tecniche sono state utilizzate anche per il monitoraggio della massa glaciale residua, con lo scopo di individuare anomalie e segnali di instabilità. Conoscere le variazioni di spessore del ghiaccio, la presenza e la distribuzione di sacche d’acqua o strati di ghiaccio fuso alla base è indispensabile per la prevenzione del rischio legato a eventi come quello del 2022. Con la stessa finalità, queste indagini saranno estese ad altri ghiacciai italiani.