
Immagina di essere a cena con il tuo partner: state parlando, o almeno ci stai provando tu, perché lui o lei ha gli occhi fissi sullo schermo. Non è una situazione eccezionale ma la normalità per milioni di coppie, e non solo: succede con gli amici, succede in ufficio quando il capo risponde ai messaggi mentre ti parla. Questo comportamento ha un nome: phubbing, dall'inglese phone e snubbing (ignorare), ovvero l'atto di ignorare le persone circostanti a favore del proprio smartphone. E da qualche anno la psicologia lo studia sistematicamente, con risultati che è difficile ignorare.
Significato di phubbing: perché lo facciamo
Il termine è stato coniato nel 2012 da un'agenzia pubblicitaria australiana, ma il comportamento è diventato oggetto di ricerca psicologica solo negli anni successivi, con la diffusione massiva degli smartphone. Oggi esistono degli studi specifici per diversi contesti relazionali: il partner phubbing nelle coppie, il parental phubbing nel rapporto genitori-figli, il boss phubbing in ambito lavorativo.
La definizione operativa è la stessa in tutti i casi: ignorare una o più persone presenti fisicamente dedicare attenzione allo smartphone. Non si tratta di un uso occasionale del telefono, ma di un pattern che interrompe la comunicazione faccia a faccia in modo percepito dall'altro come deliberato.
La prima domanda che la ricerca ha cercato di rispondere è chi è più predisposto a farlo e per quali ragioni. Una meta-analisi pubblicata nel 2024 su Mobile Media & Communication ha aggregato 79 studi per identificare i principali responsabili di questo fenomeno. Il risultato più robusto è anche il più intuitivo: l'uso problematico dello smartphone e dei social network. Più una persona ha un rapporto compulsivo con il telefono, più è probabile che lo usi anche quando sarebbe meglio non farlo.
Ma sotto c'è qualcosa di più interessante. Tra i fattori psicologici emergono nevroticismo, noia, solitudine e fear of missing out (FOMO), la paura di perdersi qualcosa di importante che accade altrove, online. Chi fa phubbing, in altre parole, spesso non è semplicemente distratto: sta cercando nello schermo una regolazione emotiva che non riesce a trovare nell'interazione presente. Il telefono diventa una via di fuga da un disagio che preesiste alla conversazione.
Le conseguenze sulle relazioni e impatto psicologico
È nelle relazioni romantiche che gli effetti del phubbing sono stati studiati con più rigore. I ricercatori lo inquadrano come una forma di micro-tradimento: un gesto apparentemente innocuo che erode, ripetizione dopo ripetizione, la fiducia e l'intimità emotiva della coppia. Una meta-analisi pubblicata nel 2025 su Frontiers in Psychology ha sintetizzato i dati di 52 studi indipendenti su quasi 20.000 partecipanti. I risultati non lasciano molto spazio all'ottimismo: il phubbing riduce significativamente la soddisfazione relazionale e coniugale, la qualità percepita della relazione e l'intimità. Sul versante emotivo, aumenta la gelosia e la frequenza dei conflitti, e riduce la capacità percepita di riconoscere e rispondere ai bisogni emotivi dell'altro.
Il meccanismo non è banale. La teoria dell'attaccamento spiega perché chi ha uno stile ansioso, ipersensibile ai segnali di rifiuto, tenda a interpretare il telefono del partner come una minaccia relazionale vera e propria. Chi invece ha uno stile evitante può usarlo attivamente per creare distanza emotiva. In entrambi i casi, il dispositivo smette di essere uno strumento neutro e diventa un attore nella dinamica della coppia.
Cosa succede al lavoro
Il contesto lavorativo introduce una variabile in più: il potere. Il boss phubbing, cioè il fatto che il capo sia sempre focalizzato sul proprio cellulare anche durante le conversazioni con i propri dipendenti, ha delle conseguenze documentate che riguardano soddisfazione lavorativa, motivazione, impegno organizzativo e performance. Gli studi parlano di un indebolimento del senso di supporto percepito da parte del superiore e, nei casi più gravi, di burnout o tendenza dei dipendenti a recarsi al lavoro nonostante malattie, infortuni, esaurimento o in condizioni di bassa produttività, risultando fisicamente presenti ma non pienamente funzionanti.
Il meccanismo psicologico è lo stesso che si osserva nelle coppie, essere ignorati attiva percezioni di irrilevanza e mancanza di rispetto, ma amplificato dall'asimmetria gerarchica: difficile protestare con il proprio capo per il telefono che tiene in mano durante la riunione.
Una questione di percezione
Un dato trasversale a tutti i contesti è particolarmente interessante dal punto di vista scientifico: chi subisce il phubbing riferisce di sentirsi non importante, sottovalutato, trascurato e disconnesso dal proprio interlocutore, indipendentemente dall'intenzione reale di chi lo mette in atto. Questo è rilevante perché suggerisce che il danno non dipende dall'intensità oggettiva del comportamento, ma dalla sua interpretazione soggettiva — e che anche un uso apparentemente innocuo del telefono può essere letto come un segnale di esclusione sociale.
Uno studio ha confermato che la percezione di subire il phubbing rivela un disagio relazionale rispetto al comportamento effettivo misurato dall'esterno. In altre parole, conta più il significato attribuito all'atto che l'atto in sé.
Cosa si può fare per ridurre l'uso problematico dei media
La letteratura indica due direzioni di intervento prioritarie: ridurre l'uso problematico dei media, non necessariamente il tempo sullo schermo in assoluto, ma il suo carattere compulsivo, e lavorare sulle vulnerabilità psicologiche sottostanti, in particolare gli stili di attaccamento insicuri. In ambito organizzativo, alcuni ricercatori suggeriscono l'introduzione di norme esplicite sull'uso del telefono durante le riunioni e le interazioni con i collaboratori.
Va però segnalato un limite metodologico rilevante che attraversa l'intera letteratura: la quasi totalità degli studi ha un disegno trasversale, il che impedisce di stabilire la direzione causale. Non è chiaro se il phubbing danneggi le relazioni o se relazioni già in difficoltà aumentino la probabilità di rifugiarsi nel telefono. Rispondere a questa domanda richiederà studi longitudinali che, ad oggi, rimangono ancora rari.
Nel frattempo, i numeri parlano chiaro: ignorare chi abbiamo di fronte per guardare uno schermo non è mai un gesto davvero neutro, né in coppia, né con gli amici, né in ufficio.