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23 Giugno 2026
17:30

Czechia, Türkiye, Bharat: tutti i Paesi che cambiano nome per motivi identitari, politica o marketing

Perché i Paesi cambiano nome? Dalla Cechia a Türkiye, fino alla doppia identità dell'India (Bharat), il nome di uno Stato non è mai solo burocrazia. Dietro queste scelte si celano geopolitica, decolonizzazione, conflitti o marketing. Ecco i casi più curiosi.

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Czechia, Türkiye, Bharat: tutti i Paesi che cambiano nome per motivi identitari, politica o marketing
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Immagine realizzata con AI.

Negli ultimi dieci anni la Repubblica Ceca è diventata Czechia, la Turchia ha chiesto al mondo di chiamarla Türkiye, lo Swaziland si è trasformato in Eswatini e la Macedonia in Macedonia del Nord. E ancora oggi l'India sta discutendo se diventare ufficialmente "Bharat". Non sono né i primi né gli ultimi Paesi ad aver cambiato il proprio nome per i motivi più svariati. Il nome di uno Stato non è mai solo un nome e dietro a scelte apparentemente burocratiche si nascondono in realtà identità nazionali, vecchie ferite coloniali, tensioni diplomatiche e perfino strategie di marketing.

La Czechia del 2016, nome divisivo della Repubblica Ceca

Nel 2016 è cambiata la standardizzazione internazionale della versione inglese "Czechia": ha sostituito Česko, che era il nome breve ufficiale ceco fin dal 1993, fissato dall'ente di cartografia nazionale. Oggi "Czechia" (la forma italianizzata che utilizziamo noi è "Cechia") convive accanto al nome politico "Repubblica Ceca".

Quasi tutti gli Stati, infatti, hanno due nomi: uno politico, lungo e formale, e uno geografico, breve e di uso quotidiano. Prendiamo l'Italia: il suo nome ufficiale è "Repubblica Italiana", ma nella vita di tutti i giorni nessuno di noi la chiamerebbe in questo modo. Allo stesso modo diciamo "Francia" e non "Repubblica Francese", "Germania" e non "Repubblica Federale di Germania". Il nome esteso serve nei documenti, nei trattati e sui passaporti, mentre quello più corto è quello che utilizziamo normalmente, anche sulle mappe.

Il problema della Repubblica Ceca nasce proprio per questo: per oltre vent'anni, dalla sua nascita nel 1993, non aveva un nome breve riconosciuto a livello internazionale. Mentre la sorella slovacca aveva subito adottato "Slovensko" (forma breve di "Slovenská Republika"), cioè Slovacchia, la Repubblica Ceca restava intrappolata nel suo nome politico. Tra l’altro, il "divorzio di velluto" del 1993 che separò pacificamente cechi e slovacchi era stato preceduto dalla cosiddetta "guerra del trattino": si discusse a lungo se scrivere il nome dello Stato comune "Cecoslovacchia" o "Ceco-Slovacchia". Vinse la prima proposta.

Quasi dieci anni dopo, la forma inglese "Czechia" continua a dividere, per tre motivi. Il primo è la paura della confusione: l'ex primo ministro Andrej Babiš si oppose temendo che venisse scambiata per Chechnya, la Cecenia. In effetti, nel 2013, dopo l'attentato alla maratona di Boston (compiuto da due fratelli ceceni), alcuni media internazionali confusero "ceceni" e "cechi", al punto che l'ambasciata ceca dovette intervenire pubblicamente per chiarire l'equivoco. Il secondo è il regionalismo: in ceco la radice della parola (Čech) rimanda storicamente alla Boemia, la regione di Praga. Questo genera malumori tra gli abitanti delle altre regioni storiche (Moravia e Slesia) che leggono nel nome un'esclusione della loro identità a favore del centralismo della capitale.

Infine, c'è un motivo estetico: a molti la parola Česko suona male. L'ex presidente Václav Havel arrivò a dire che gli venivano "i lumaconi sulla pelle", cioè i brividi, ogni volta che la leggeva o la sentiva. Il risultato è che, ancora oggi, una buona parte dei cittadini e molti documenti preferiscono il vecchio "Repubblica Ceca".

Türkiye, Eswatini e i casi legati a identità, post-colonialismo o marketing

La Cechia non è un caso isolato. Negli ultimi anni il fenomeno si è moltiplicato, anche qui per tre motivi principali. Il primo è la volontà di rivendicare la propria identità, cancellando il passato coloniale o l'esonimo (cioè nome dato in una specifica lingua a un luogo situato al di fuori dell'area in cui si parla quella lingua, che risulta diverso dal nome locale). Qui rientra il caso della Turchia, che nel 2022 ha chiesto al mondo di chiamarla Türkiye, la grafia turca del suo nome. Le ragioni ufficiali del governo Erdoğan erano valorizzare la cultura nazionale e, non secondario, prendere le distanze dalla parola inglese turkey, che significa anche "tacchino". L'ONU ha accettato la richiesta nel giro di poche settimane.

Anche lo Swaziland, Paese dell’Africa, è tornato al nome precoloniale Eswatini ("terra degli Swazi") nel 2018, per volere di re Mswati III in occasione dei 50 anni di indipendenza. Cabo Verde ha chiesto già nel 2013 di non vedere più il proprio nome tradotto in "Capo Verde", ma usato nella forma portoghese. Stessa scelta fatta dalla Costa d'Avorio (Côte d'Ivoire) fin dal 1986. E poi i grandi classici della decolonizzazione: la Birmania diventata Myanmar nel 1989 (una scelta imposta dal regime militare e ancora contestata), Ceylon dal 1972 Sri Lanka, la Persia che nel 1935 ha chiesto di essere chiamata Iran e il Siam che dal 1939 è diventato Thailandia.

In altri casi, c'è la necessità di risolvere un conflitto diplomatico, come per la Macedonia del Nord. Per quasi trent'anni Atene si è opposta al nome "Repubblica di Macedonia", sostenendo che implicasse pretese territoriali sull'omonima regione greca. Con l'Accordo di Prespa del 2018, entrato in vigore nel 2019, il Paese ha aggiunto "del Nord" al proprio nome. Questo ne ha sbloccato l'ingresso nella NATO (2020) e la corsa verso l'Unione Europea (i negoziati di adesione sono iniziati nel 2022 e sono ancora in corso).

Infine, ci sono motivi di “marketing”, come nel caso dei Paesi Bassi che nel 2020 hanno deciso di abbandonare progressivamente il soprannome "Olanda" (Holland) nelle comunicazioni ufficiali e turistiche. "Olanda" indica infatti in realtà solo due delle dodici province del Paese, e il governo voleva spostare i flussi turistici oltre Amsterdam, valorizzando l'intero territorio.

Una scelta ancora aperta: India o Bharat?

Il fronte più caldo degli ultimi anni e ancora in via di definizione è senza dubbio quello indiano. Durante il vertice G20 di Nuova Delhi del settembre 2023, gli inviti ufficiali per la cena di gala furono firmati con la dicitura "President of Bharat" anziché la consueta "President of India". Un dettaglio che scatenò un vero e proprio terremoto politico. Non che il nome fosse inventato: la Costituzione indiana, all'articolo 1, recita già "India, that is Bharat", sancendo la coesistenza ufficiale dei due termini.

Bharat è la forma sanscrita e hindi, di origini antiche. Sottolineare "Bharat" a scapito di "India" ha avuto però un evidente significato strategico, esploso in vista delle elezioni generali del 2024. Quando l'opposizione si è unita in una maxi-coalizione scegliendo il provocatorio acronimo I.N.D.I.A., il governo nazionalista di Narendra Modi ha accelerato l'uso di "Bharat" per boicottare gli avversari e, al contempo, presentarsi come il liberatore dall'eredità coloniale: il nome "India" è infatti legato all'uso britannico. Superate le elezioni, il governo è tornato al doppio binario: India rimane il nome di riferimento per il diritto internazionale e la diplomazia estera, mentre Bharat viene speso in politica interna e nei grandi programmi statali, come il piano strategico nazionale Viksit Bharat ("India Sviluppata").

Tutti gli altri stati che hanno cambiato nome

Il nome ufficiale del Messico è "Stati Uniti Messicani", quello della Grecia "Repubblica Ellenica" (i greci chiamano il loro Paese Elláda). L’Uruguay si chiama per esteso “Repubblica Orientale dell'Uruguay” (perché a est del fiume Uruguay); la Svizzera si chiama “Confederazione Svizzera”; l’Australia “Commonwealth d'Australia”. La Bolivia “Stato Plurinazionale della Bolivia”, per costituzione promulgata il 7 febbraio 2009 sotto Evo Morales, primo presidente indigeno, per riconoscere le 36 nazioni indigene del Paese. Il Venezuela è la “Repubblica Bolivariana del Venezuela”, dal 1999 per volontà di Hugo Chávez (in onore di Simón Bolívar). Il vero nome del Gambia è “The Gambia”: l'articolo serve a distinguerlo dal fiume Gambia. Nel 2015 il dittatore Yahya Jammeh lo rinominò "Repubblica Islamica del Gambia", ma il suo successore Adama Barrow revocò la decisione nel 2017 e oggi è "Republic of The Gambia".

Con l'Atto di Unione del 1801 nacque il "Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda" (quest'ultima, infatti, era interamente britannica). Dopo l'indipendenza irlandese e la nascita nel 1922 dello Stato Libero d'Irlanda, restarono nel Regno solo sei contee del nord. Così il Royal and Parliamentary Titles Act, entrato in vigore il 12 aprile 1927, ribattezzò ufficialmente lo Stato "Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord". Oggi viene abbreviato a volte in "Regno Unito", altre in "Gran Bretagna", che però è solo l'isola maggiore. Il codice ISO del Regno Unito è GB (Gran Bretagna), ma il dominio internet è .uk (United Kingdom), una delle pochissime eccezioni al mondo in cui il dominio non coincide con il codice ISO ufficiale.

I due Congo ci offrono un’occasione di confusione geografica per eccellenza: esistono infatti la Repubblica del Congo (con capitale Brazzaville) e la Repubblica Democratica del Congo (con capitale Kinshasa), due Stati confinanti e distinti. La seconda, sotto la dittatura di Mobutu, si è chiamata Zaire dal 1971 al 1997, per poi tornare "Repubblica Democratica del Congo" dopo la caduta del regime. Il Burkina Faso prima si chiamava Alto Volta: nel 1984 il presidente rivoluzionario Thomas Sankara ribattezzò l'ex colonia francese, abbandonando il nome coloniale legato al fiume Volta, scegliendo un nome che significa "terra degli uomini integri/onesti", e unisce due lingue locali (more e dioula).

Il record di cambi di nome se lo aggiudica la Cambogia, che nel Novecento ha attraversato una tormentata serie di transizioni storiche: è passata dall'originario Regno di Cambogia (1953-1970) alla Repubblica Khmer (1970-1975), per poi diventare la famigerata Kampuchea Democratica sotto la dittatura dei Khmer Rossi (1975-1979). Successivamente è stata ribattezzata Repubblica Popolare di Kampuchea (1979-1989), poi Stato di Cambogia (1989-1993) e infine, con la restaurazione della monarchia nel 1993, è tornata a essere di nuovo Regno di Cambogia.

Il record di lunghezza se lo è aggiudicato invece dal 1977 al 2011 la Libia sotto il regime di Gheddafi: dal 2013 “Stato di Libia”, si è chiamata per anni “Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista”.

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