
Dagli scarti di ananas nasce una pelle alternativa, dal micelio dei funghi si ricavano materiali flessibili e resistenti, e addirittura i batteri vengono utilizzati per produrre fibre proteiche simili alla seta. Questi sono i cosiddetti materiali Next-Gen, tessuti di nuova generazione che promettono di rivoluzionare l'industria tessile. Ma perché abbiamo così urgente bisogno di questa rivoluzione? La risposta si nasconde in una semplice domanda: quanto inquina davvero una maglietta? Molto più di quanto immaginiamo. L’industria della moda è infatti responsabile di circa il 2-8% delle emissioni globali di gas serra, una quota ben al di sopra di quella dell’aviazione civile. Dietro questa statistica ci sono decenni di dipendenza da fibre naturali come cotone e lana (che consumano enormi quantità di acqua e terra) e da materiali sintetici derivanti dal petrolio, come il poliestere. Oggi, per fortuna, le cose stanno cambiando. Ma come funzionano davvero queste nuove alternative ecologiche? E quanto siamo vicini a trovarle nei nostri negozi?
Perché cambiare le fibre che usiamo da secoli
Il problema dei materiali tradizionali non è soltanto ambientale, ma sistemico. Il cambiamento climatico sta già perturbando la produzione di materie prime come cotone, lana e pelle, e il settore dell'abbigliamento non è lontanamente in grado di ridurre le proprie emissioni con gli approcci attuali. La pelle animale porta con sé un doppio impatto: da un lato la concia richiede grandi quantità di acqua e sostanze chimiche, dall’altro l’allevamento intensivo contribuisce alle emissioni e al consumo di suolo.
I materiali next-gen sono progettati per replicare le proprietà di pelle, seta, nylon e poliestere, ma ottenuti da fonti biologiche rinnovabili o da processi a basso impatto. Più che semplici alternative green, sono soluzioni pensate per intervenire su un sistema produttivo che oggi mostra limiti evidenti.
Secondo un rapporto del 2021 dell'Apparel Impact Institute e Fashion for Good, i nuovi materiali, congiunti con innovative tecnologie di lavorazione, potrebbero offrire fino al 39% delle riduzioni di emissioni necessarie affinché si raggiunga la neutralità carbonica.
Dal micelio dei funghi alla borsa di Hermès: la pelle che cresce in laboratorio
Tra tutti i materiali di nuova generazione, quello che ha ricevuto più attenzione mediatica – e più investimenti – è la pelle di micelio. Il micelio è la struttura sotterranea del fungo, una rete di microfilamenti intrecciati che si estende sotto il terreno. Coltivarlo richiede poco spazio e poca energia: cresce in settimane anziché anni come gli animali, si nutre di sottoprodotti agricoli come i gambi di mais o la segatura, ed è biodegradabile.
Per produrre materiali in micelio, le aziende creano condizioni di crescita controllate: temperatura, umidità e substrato vengono regolati con precisione per far sviluppare il fungo verso l'alto, formando un tappeto tridimensionale di cellule interconnesse. Una volta che il micelio ha raggiunto lo spessore desiderato, viene compresso in un foglio bidimensionale e sottoposto a un processo di stabilizzazione e finitura, dopodiché può essere tinto. Il risultato è un materiale che al tatto è sorprendentemente simile alla pelle di vitello di alta qualità. Qui sotto un esempio di una borsa creata con questo materiale.
Dall'ananas alle alghe: il panorama dei materiali Next Gen si allarga
Se la pelle di micelio è la star del momento, il mondo dei materiali next-gen è molto più ampio. Uno degli esempi più concreti è il Piñatex, un materiale ottenuto dagli scarti dell’industria dell’ananas. Ogni anno vengono prodotte circa 40.000 tonnellate di foglie, normalmente destinate a marcire o essere bruciate. Da queste foglie si estraggono fibre che, dopo essere lavate ed essiccate, vengono trasformate in un materiale compatto simile a un tessuto, attraverso un processo meccanico e l’aggiunta di un biopolimero a base di mais. Il risultato è un materiale flessibile e resistente, già utilizzato su larga scala. Va però precisato che il materiale finale contiene anche una componente plastica, in resina poliuretanica: la biodegradabilità completa resta quindi un obiettivo ancora aperto.
L'innovazione si spinge fino agli ecosistemi marini, dove nuove fibre vengono sviluppate a partire da alghe coltivate in acqua di mare. Questo approccio è vantaggioso in quanto non sottrae terreni all'agricoltura e riduce il consumo di acqua dolce. Un’altra direzione promettente è quella della fermentazione, che permette di produrre fibre proteiche a partire da ingredienti vegetali, capaci di imitare materiali come seta e lana con un impatto ambientale inferiore.
Un futuro promettente, ma con ancora molti ostacoli
Il quadro fin qui descritto è affascinante, ma sarebbe ingenuo ignorare le difficoltà concrete che questi materiali devono ancora superare. Uno dei problemi principali è la lentezza con cui questi materiali possono essere introdotti su larga scala: ottenere una qualità costante richiede tempo e anche la filiera produttiva deve adattarsi. Tuttavia l'industria della moda è costruita attorno alla velocità. A questo si aggiunge un problema di costo: le alternative sostenibili possono arrivare a costare fino al doppio rispetto alle opzioni tradizionali, il che le rende ancora inaccessibili per la maggior parte dei brand di fascia media e bassa.
In questo contesto si inserisce anche la spinta normativa europea verso una maggiore trasparenza, con i “passaporti digitali dei prodotti” che obbligheranno i brand a dichiarare l’impronta ambientale di ogni capo.
Il nodo resta però un altro. Questi materiali non stanno solo sostituendo quelli tradizionali, ma stanno mettendo in discussione l’intero sistema produttivo. Finché resteranno più costosi, difficili da scalare e in parte dipendenti da processi non ancora del tutto sostenibili, il loro impatto sarà confinato a una nicchia. La vera sfida è trasformare queste innovazioni in soluzioni accessibili e diffuse, e solo allora si capirà se si tratta davvero di una svolta o di una fase di transizione.