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19 Giugno 2026
8:54

I volti delle donne sono considerati in media più belli per il 60%: gli studi sul gender attractiveness gap

Il "gender attractiveness gap" indica che i volti femminili, in media, sono giudicati più attraenti nei test sperimentali – anche il 60% in più di quelli maschili. Studi mostrano che il fenomeno nasce dall'interazione tra segnali biologici, percezione evolutiva e costruzioni culturali della bellezza.

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I volti delle donne sono considerati in media più belli per il 60%: gli studi sul gender attractiveness gap
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Una scena del film "Ex machina". Credits: Andrea Gesund

La ricerca sulla percezione dell'attrattività facciale ha mostrato negli ultimi decenni un risultato ricorrente e in parte controintuitivo: i volti femminili tendono a ricevere valutazioni mediamente più alte rispetto ai volti maschili, indipendentemente dal genere di chi valuta. Questo fenomeno è stato discusso in letteratura come una possibile forma di "gender attractiveness gap", ovvero un divario sistematico nella valutazione estetica tra volti maschili e femminili.

Gli studi più recenti, come quello pubblicato su Proceedings of the Royal Society, a opera di Eugen Wassiliwizky e del team di ricerca del Max Planck Institute for Empirical Aesthetics in Germania, confermano l'esistenza di questo divario per cui «i volti femminili vengono spesso giudicati più attraenti di quelli maschili, a prescindere da qualsiasi altro fattore». Il volto femminile medio è considerato secondo questa meta-analisi più attraente di circa il 60% dei volti maschili. «Ciò che sorprende di più, – ha detto il ricercatore, – è che le donne stesse attribuiscono punteggi più alti alle altre donne e più bassi agli uomini».

Sebbene non esista una definizione univoca del termine, numerosi studi in psicologia sociale ed evoluzionista hanno documentato asimmetrie stabili nei giudizi di attrattività, suggerendo che il fenomeno sia il risultato di un'interazione complessa tra fattori biologici, cognitivi e socioculturali.

Evidenze sperimentali sul gender attractiveness gap

Gli studi che hanno indagato questo fenomeno utilizzano principalmente il paradigma del "facial attractiveness rating task".  In questi esperimenti, sviluppati a partire dalla psicologia sociale e cognitiva, vengono mostrati volti controllati per variabili come età, illuminazione, espressione e simmetria.

L'obiettivo è isolare il più possibile la componente percettiva "pura" dell'attrattività. In ricerche come quelle sintetizzate da Langlois (2000) e successivamente dalla meta-analisi sul giudizio facciale di Weeden e Sabini (2005), emergeva con chiarezza come i volti femminili ottenevano punteggi mediamente più elevati rispetto ai volti maschili.

In molti casi, anche quando si equalizzavano parametri oggettivi come simmetria o qualità dell'immagine, i volti femminili continuavano a ricevere punteggi medi più elevati. Questo ha portato alcuni ricercatori a ipotizzare che entrino in gioco non solo caratteristiche fisiche, ma anche schemi percettivi appresi e aspettative sociali interiorizzate.

Ipotesi evoluzioniste: segnali facciali e percezione della fitness

Una delle principali spiegazioni teoriche deriva dalla psicologia evoluzionista. Secondo D.M. Buss (Sex Differences in Human Mate Preferences: Evolutionary Hypotheses Tested in 37 Cultures, 1989) e successivi sviluppi teorici, la percezione dell'attrattività sarebbe legata alla capacità di inferire segnali di fitness biologica.

Tratti come simmetria facciale, pelle omogenea e proporzioni regolari sono stati associati a indicatori indiretti di salute e sviluppo.

Studi sperimentali di Little, Jones e DeBruine (2011) hanno dimostrato che la preferenza per determinati tratti facciali varia in funzione del contesto, ma alcuni elementi rimangono costanti tra culture.

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Memorial chiamato "Faces Black and White". Credits: Nellie Bly

I volti femminili tendono a presentare in media caratteristiche percepite come più "neoteniche" (occhi più grandi, mandibola meno pronunciata, lineamenti più morbidi), fattori che secondo gli studi di Guthrie, come ad esempio Body Hot Spots: The Anatomy of Human Social Organs and Behavior (1992), e successive ricerche potrebbero attivare preferenze evolutivamente radicate verso segnali di giovinezza e vulnerabilità non minacciosa.

Studi di neuroestetica, come quelli di Aharon, di cui il maggiore conosciuto è chiamato: "Beautiful Faces Have Variable Reward Value: fMRI and Behavioral Evidence" (2001), hanno inoltre mostrato che la percezione di volti attraenti attiva il sistema di ricompensa dopaminergico, in particolare lo striato ventrale, suggerendo che l'elaborazione della bellezza abbia una base neurobiologica misurabile.

Percezione della bellezza dei volti femminili e costruzione socioculturale

Accanto alle spiegazioni biologiche, la letteratura sociologica sottolinea il ruolo della costruzione culturale dell'attrattività. La teoria dell'oggettivazione di Fredrickson & Roberts (1997) propone che nelle società occidentali il corpo femminile sia sottoposto a un processo sistematico di valutazione estetica, che influenza sia la percezione esterna sia l'autopercezione.

Analisi di contenuto su media e pubblicità, come quelle di Bordo (1993) e successivamente di Hatton e Trautner (Equal Opportunity Objectification? The Sexualization of Men and Women on the Cover of Rolling Stone, 2011), mostrano una rappresentazione fortemente asimmetrica: le donne vengono rappresentate in modo sproporzionato in termini estetici rispetto agli uomini, che sono invece associati a status, competenza e agency.

Questo squilibrio culturale contribuisce a rendere il volto femminile un "oggetto visivo" più frequentamente valutato e interiorizzato come standard di bellezza.

Interazione tra biologia, cultura e contesto percettivo

Le ricerche più recenti tendono a superare la dicotomia tra spiegazioni biologiche e culturali, proponendo modelli integrati. Secondo Perrett e i risultati della sua ricerca pubblicati in Effects of sexual dimorphism on facial attractiveness (1998) e successivi lavori su adattività percettiva, la percezione dell'attravitità è un processo dinamico che combina predisposizioni evolutive con apprendimento sociale e esposizione ripetuta.

In questo quadro, il gender attractiveness gap non viene interpretato come una differenza "intrinseca" tra uomini e donne, ma come il risultato di componenti relativamente stabili, ma la sua intensità varia significativamente tra popolazioni e contesti mediatici.

In conclusione, la letteratura scientifica attuale non supporta l'idea di una superiorità estetica intrinseca di un genere sull'altro, ma evidenzia piuttosto come la bellezza facciale sia un costrutto complesso, emergente dall'interazione tra cervello, evoluzione e cultura.

Risultati più recenti: la meta-analisi 2026

A maggio 2026 è stato pubblicato su Proceedings of the Royal Society un nuovo studio a opera di Eugen Wassiliwizky e del team di ricerca del Max Planck Institute for Empirical Aesthetics in Germania, che ha analizzato un data set proveniente da 52 studi i cui dati provenivano da 76 Paesi, con oltre 1,5 milioni di valutazioni di 17mila volti, effettuate da quasi 30mila valutatori. Il risultato? Il volto femminile medio è considerato più attraente di circa il 60% dei volti maschili, anche dalle donne.

Sebbene questa discrepanza sia più marcata nei Paesi occidentali e subisca lievi variazioni a seconda dell'orientamento sessuale, si manifesta in modo trasversale tra individui eterosessuali, omosessuali e bisessuali. Tale differenza, tuttavia, si azzera del tutto quando ai partecipanti viene chiesto di valutare il proprio aspetto. Questo fenomeno si spiega in parte con la diversa morfologia del volto: i lineamenti maschili tendono a essere più squadrati, mentre quelli femminili si presentano più dolci e tondeggianti, una caratteristica estetica che risulta generalmente più gradita a entrambi i sessi.

Sebbene la ricerca non individui la causa esatta di questa netta predilezione per i tratti femminili, il ricercatore Wassiliwizky ipotizza che la sola componente culturale non sia sufficiente a giustificarla, trattandosi di una tendenza diffusa su scala globale. Lo studioso suggerisce di procedere con cautela nelle interpretazioni, ma non esclude che la selezione sessuale abbia agito per millenni modellando i visi delle donne in questo senso. Un'ulteriore ipotesi è che la rotondità dei tratti generi maggiore attrazione perché richiama in qualche modo la fisionomia dei bambini, suscitando un naturale senso di dolcezza.

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