7 Dicembre 2023
8:00

L’attacco giapponese a Pearl Harbor, lo smacco per gli USA e le disastrose conseguenze

All'alba del 7 dicembre 1941 un’imponente forza aeronavale giapponese attaccò di sorpresa la flotta americana ancorata alle Isole Hawaii. L'attacco creò i presupposti che spinsero gli USA a entrare nella Seconda guerra mondiale.

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A cura di Erminio Fonzo
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L’attacco giapponese a Pearl Harbor, lo smacco per gli USA e le disastrose conseguenze
Pearl Harbor copertina

L’attacco giapponese a Pearl Harbor, il porto delle Hawaii dove era ancorata la flotta americana del Pacifico, fu lanciato durante la Seconda guerra mondiale il 7 dicembre 1941. Le cause vanno rintracciate nella politica espansionistica del Giappone, che intendeva costruire un “nuovo ordine mondiale” in Asia e nel Pacifico, in maniera simile a quanto cercavano di fare la Germania nazista e l’Italia fascista in Europa. I piani del governo di Tokyo, però, erano ostacolati dagli Stati Uniti, che avevano imposto un embargo commerciale al Giappone per frenarne l’espansionismo. A dicembre 1941, dopo che le trattative per risolvere le controversie erano fallite, i giapponesi lanciarono un attacco a sorpresa e ottennero una netta vittoria. Gli aerei della marina imperiale distrussero la flotta americana ancorata a Pearl Harbor, ma non riuscirono ad affondare le portaerei. I giapponesi, inoltre, trascinarono in guerra un Paese che fino a quel momento non aveva manifestato l’intenzione di prendere le armi. L'episodio rimane tuttora nell'immaginario americano.

Le ragioni dell’attacco a Pearl Harbor

Negli anni ’30 nell’Impero giapponese si affermò un regime nazionalista e militarista, per certi aspetti simile ai totalitarismi europei. Nel 1931 l’esercito nipponico invase una regione periferica della Cina, la Manciuria, e nel 1937 portò la guerra nel cuore del territorio cinese. L’obiettivo era diventare la potenza dominante dell’area asiatico-pacifica.

Conquiste giapponesi in Cina nel 1941 (in rosso)
Conquiste giapponesi in Cina entro il 1941 (in rosso).

Anche gli Stati Uniti avevano interessi nel Pacifico: controllavano le Filippine, diventate una loro colonia alla fine dell’Ottocento, e avevano interessi commerciali nell’area.

Nel 1939, come sappiamo, in Europa ebbe inizio la Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti e il Giappone non erano coinvolti direttamente, ma il conflitto inasprì ugualmente le tensioni perché gli americani sostenevano il Regno Unito, mentre i giapponesi erano vicini alla Germania nazista e all’Italia fascista. Dopo l’inizio della guerra in Europa, il governo di Tokyo intendeva proseguire la propria espansione, ma doveva decidere in che direzione indirizzarla. Le opzioni erano due: verso l’Asia continentale, attaccando l’Unione Sovietica, o in direzione del Sud-Est asiatico, affrontando gli Stati Uniti. Il 25 giugno 1941, in una riunione "di collegamento" del governo con i vertici militari, si scelse di attaccare a Sud-Est e in luglio l’esercitò occupò la colonia francese dell’Indocina.

Il fallimento delle trattative e la decisione di attaccare

Negli Stati Uniti l’espansionismo giapponese era molto temuto, anche perché appariva simile a quello di Hitler in Europa, ma gran parte dell’opinione pubblica non desiderava che il Paese fosse coinvolto in conflitti di altre aree del mondo. Il governo, guidato dal presidente Franklin D. Roosevelt, reagì all’espansionismo con misure economiche: nel 1940 impose al Giappone le prime sanzioni e, dopo l’invasione dell’Indocina, interruppe del tutto le esportazioni di petrolio e di altri beni strategici, seguito dal Regno Unito e dall’Olanda. Per il Giappone, la decisione americana era un ostacolo serio, giacché senza petrolio non avrebbe potuto proseguire la sua espansione. Il 6 settembre una conferenza imperiale (cioè una riunione del governo con la presenza dell’imperatore) decise che, se le trattative per l’interruzione delle sanzioni fossero fallite, non restava alternativa alla guerra. In ottobre il generale Hideki Tojo divenne capo del governo e stabilì il termine ultimo per la chiusura delle trattative: il 30 novembre. Se entro quella data non fosse stato raggiunto un accordo, sarebbe iniziata la guerra.

L'imperatore Hirohito
L’imperatore Hirohito.

Il piano d’attacco e la partenza della flotta

I vertici militari giapponesi erano consapevoli del potenziale militare e industriale degli Stati Uniti e ritenevano che l’unica possibilità di vittoria risiedeva nell’infliggere loro un colpo mortale sin dall’inizio delle ostilità. La marina militare, guidata dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto, elaborò un piano ambizioso: condurre le portaerei vicino alle Hawaii e distruggere mediante attacchi aerei la flotta americana del Pacifico, che era ancorata a Pearl Harbor, un porto dell’isola di Oahu.

La base americana di Pearl Harbor
La base americana di Pearl Harbor.

La flotta giapponese, che comprendeva sei portaerei e numerose unità di scorta, prese il mare il 26 novembre agli ordini dell’ammiraglio Chuichi Nagumo. Il governo di Tokyo decise di far pervenire la dichiarazione di guerra alla sua controparte mezzora prima dell’inizio dell’attacco, in maniera che l’esercito americano non avesse il tempo di predisporre contromisure. Tuttavia l’ambasciatore a Washington perse tempo per decifrare il testo e consegnò la dichiarazione dopo che l’attacco era iniziato.

L’attacco a Pearl Harbor

Poco prima delle 8:00 del 7 dicembre, 183 aerei giapponesi, tra i quali aerosiluranti (cioè aerei che sganciavano siluri), bombardieri e caccia, giunsero nei cieli di Pearl Harbor, cogliendo il nemico completamente di sorpresa. I servizi di intelligence americani, che avevano decifrato il codice segreto usato dalle autorità nipponiche, nei mesi precedenti avevano intercettato molte comunicazioni, ma non sapevano dove e quando il nemico avrebbe attaccato non avevano predisposto alcuna contromisura. Gli aerei giapponesi poterono perciò bombardare Pearl Harbor praticamente indisturbati.

Intorno alle nove, poco dopo che i velivoli della prima ondata si erano ritirati, giunse a Pearl Harbor la seconda ondata di attacco, composta da 171 velivoli. Questa volta la contraerea americana reagì e alcuni caccia riuscirono ad alzarsi in volo per affrontare i nemici, ma i giapponesi portarono ugualmente a termine l’attacco con successo.

Le direttrici delle due ondate
Le direttrici delle due ondate.

I risultati dell’attacco e la fine delle operazioni

Gli effetti dell’attacco furono disastrosi: tutte le otto corazzate americane furono colpite e quattro affondarono o riportarono danni non riparabili; molte navi militari di altro tipo subirono gravi danni; ben 188 aerei furono distrutti al suolo; 2.403 soldati persero la vita. I giapponesi, invece, persero solo cinque sommergibili e 29 aerei.

La corazzata Arizona in fiamme
La corazzata Arizona in fiamme

L’aviazione nipponica, però, non colpì nessuna delle tre portaerei che facevano parte della flotta del Pacifico, perché il giorno dell’attacco erano in missione lontano da Pearl Harbor. Inoltre, l’ammiraglio Nagumo commise un grave errore: dopo la seconda ondata ordinò alla sua flotta di fare rotta verso il Giappone, non volendo rischiare che le navi fossero colpite da aerei o da sottomarini americani. Se avesse lanciato la terza ondata, come i suoi sottoposti gli proposero insistentemente di fare, avrebbe potuto distruggere i cantieri navali e i depositi di carburante, costringendo quel che restava della flotta americana ad abbandonare le Hawaii.

Il tragitto delle navi giapponesi
Il tragitto delle navi giapponesi

Le conseguenze dell’attacco a Pearl Harbor

L’attacco a Pearl Harbor ebbe conseguenze molto diverse da quelle sperate dai dirigenti giapponesi. Negli Stati Uniti l’evento provocò una fortissima reazione emotiva e il 7 dicembre fu considerato “il giorno dell’infamia”, perché il Paese era stato attaccato senza una formale dichiarazione di guerra.  Inoltre, l’enorme apparato industriale americano consentì alla marina di rimpiazzare le perdite e dotarsi in tempi relativamente rapidi di una flotta basata sulle portaerei. Dopo aver subito alcune sconfitte nei primi mesi di guerra, le forze armate americane furono in grado di contrattaccare e di sconfiggere il Giappone.

Pearl Harbor condizionò profondamente anche l’andamento del conflitto in Europa, perché l’11 dicembre 1941 l’Italia e la Germania, alleate dei giapponesi, dichiararono guerra agli Stati Uniti e li coinvolsero nelle ostilità.

Fonti
Navy History Heritage Command Official Overview
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