1 Febbraio 2024
17:41

L’uomo di Piltdown, storia della truffa paleontologica più grande di sempre

Nel 1912 venne presentata al mondo una nuova specie umana, Eoanthropus dawsoni. In realtà era una truffa: 40 anni dopo si arrivò alla vera natura di quei resti.

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A cura di Arianna Izzi
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L’uomo di Piltdown, storia della truffa paleontologica più grande di sempre
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Dipinto che mostra la scoperta di Eoanthropus dawsoni. John Cooke, 1915. Via Wikimedia Commons.

Iniziamo questo racconto immaginando di poter tornare indietro nel tempo. Siamo in Inghilterra, è il 18 dicembre 1912, e lo stimato paleontologo, curatore della sezione geologica del British Museum of Natural History, Arthur Smith Woodward, supportato dall’antiquario e archeologo Charles Dawson, sta per presentare al mondo qualcosa di sorprendente.

Si tratta di resti umani ritenuti molto antichi, trovati qualche tempo prima in una cava di ghiaia a Piltdown, nella contea di East Sussex. In particolare, sul tavolo dello studio di Woodward c’è una scatola cranica moderna, affiancata da frammenti di una mandibola dai tratti considerati arcaici, contenente due molari. The Earliest Englishman, il primo uomo inglese. Così viene subito soprannominata la specie appena rinvenuta.
L’orgoglio di aver restituito al Paese un ominino (appartenente, cioè, alla tribù degli Hominini, comprendente gli scimpanzé, nostri cugini stretti, noi Homo sapiens e tutte le specie vissute negli ultimi 6 milioni di anni, proprio a partire dall’antenato comune tra noi e gli scimpanzé), che si ritiene abbia circa un milione di anni è tanto e per molti decenni rimarrà tale, finché la comunità scientifica arriverà a conclusioni completamente diverse.

Il ritrovamento e l’attribuzione alla nuova specie

Tra i doveri professionali di Charles Dawson, c’era quello di occuparsi della tenuta storica di Barkham House, molto conosciuta nella contea di East Sussex, il cui territorio includeva la piccola cava di Piltdown. Un giorno, Dawson notò la presenza di alcune selci di colore scuro all’interno della ghiaia estratta proprio da Piltdown e questo lo incuriosì a tal punto da voler approfondire le ricerche. Grazie all’aiuto di un contadino, Robert Kenward, scoprì che di quelle selci ne esistevano diverse e che quei ritrovamenti non erano affatto insoliti in quella zona. Charles Dawson ritenne opportuno capire la natura di quelle selci e, se umana, trovare resti che potessero confermarlo. Stabilì una ricompensa e invitò contadini e locali a cercare denti, ossa, schegge e qualsiasi oggetto ritenuto “strano”. Non molto tempo dopo, alcuni uomini rinvennero quella che a prima vista descrissero come una noce di cocco brunastra. Si trattava, invece, di una scatola cranica umana di cui, nel tempo, vennero trovati ulteriori frammenti. Non solo. Nello stesso sito di ricerca vennero trovate ossa di mammiferi fossili (tra cui ippopotamo ed elefante), utensili arcaici e frammenti appartenenti a specie animali allora già estinte.
Finalmente, il 18 dicembre 1912, Charles Dawson e Arthur Smith Woodward (caro amico e stimato geologo) annunciarono al mondo il ritrovamento di Eoanthropus dawsoni, la specie umana più antica di quelle fino ad allora trovate sia in Asia (Homo erectus) che in Germania (Homo heidelbergensis), avente circa un milione di anni.
La scoperta fece presto il giro del mondo eppure, all’interno della comunità paleontologica, Eoanthropus dawsoni non convinse proprio tutti. Una minoranza di ricercatori, soprattutto statunitensi e tedeschi, infatti, fece presto presente una discrepanza tra la scatola cranica e la mandibola del cranio, ipotizzando che queste potessero provenire da due specie diverse ed essersi in seguito mescolate nella cava di ghiaia.

Immagine
Ricostruzione del cranio di Piltdown. James H. McGregor, 1915. Via Wikimedia Commons.

La scoperta della truffa

Nel corso dei decenni successivi, l’interesse paleoantropologico di Eoanthropus dawsoni diminuì progressivamente, anche a causa del ritrovamento di numerosi fossili di ominini, come Paranthropus robustus, in Africa, e l’uomo di Pechino, Homo erectus pekinensis in Asia, nessuno dei quali, curiosamente, sembrava condividere somiglianze con la specie inglese. La svolta decisiva arrivò più di 40 anni dopo la scoperta, nel 1953, quando l’antropologo Kenneth Oakley utilizzò una tecnica chiamata datazione per assorbimento del fluoro, attraverso la quale, assieme ai colleghi Joseph Weiner e Wilfrid Le Gros Clark, fu in grado di svelare al mondo che l’uomo di Piltdown era…una truffa!
Oakley e colleghi furono in grado di determinare che Eoanthropus dawsoni non era mai esistito e che vi era stata un’accurata opera di falsificazione scientifica. L’artefice della truffa aveva, infatti, unito la mandibola di un orango moderno alla scatola cranica di un uomo moderno, costruendo una sorta di chimera antropologica che poi aveva sapientemente invecchiato, nascosto e fatto ritrovare in più momenti a Piltdown.

La ricerca del colpevole

Dalla scoperta della truffa in poi, infatti, l’obiettivo di tutti fu quello di trovare il colpevole. I principali sospetti si concentrarono su Charles Dawson, deceduto nel 1916, Arthur Smith Woodward, deceduto nel 1944, Martin Hinton, zoologo e assistente di Woodward e Teilhard de Chardin, un gesuita che aveva partecipato agli scavi. Per lungo tempo si tentò di arrivare al responsabile della truffa (uno degli ultimi tentativi avvenne nel 2013, quando i reperti furono nuovamente analizzati) ma, probabilmente, non sapremo mai come andarono davvero le cose.

Fonti
Thomson, Keith Stewart. “Marginalia: Piltdown Man: The Great English Mystery Story.” American Scientist, vol. 79, no. 3, 1991, pp. 194–201. JSTOR,
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