
Lo Statuto albertino fu emanato per volere del Re di Sardegna Carlo Alberto il 4 marzo 1848. Nel 1861 divenne la legge fondamentale di tutto il Regno d’Italia e restò formalmente in vigore fino all’instaurazione della Repubblica nel 1946 e fino a quando non entrò il vigore la Costituzione repubblicana del 1848. Nel corso degli anni, però, molte disposizioni furono disattese.
Lo Statuto era una costituzione “ottriata” (concessa dall’alto) e riservava gran parte dei poteri al sovrano. Ciò nonostante, per l’epoca nella quale fu redatto costituiva un progresso di grande portata e fece sì che il Regno di Sardegna fosse uno Stato più avanzato degli altri Stati italiani preunitari, nei quali vigeva la monarchia assoluta.
Perché fu emanato lo Statuto albertino e cos’era in breve
Lo Statuto albertino – carta costituzionale del regno di Sardegna prima e poi del Regno d’Italia – fu emanato nel 1848 da Carlo Alberto, sovrano del Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Sardegna e alcuni territori poi ceduti alla Francia). Va ricordato che all’epoca in tutti gli Stati italiani erano al potere regimi monarchici assolutisti e non esistevano costituzioni, perché l’autorità del re non aveva limiti, almeno sul piano giuridico. Proprio la richiesta di emanare una costituzione, passando dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, sostenuta dai settori più progressisti della società, era alla base dei vari moti rivoluzionari scoppiati nella prima metà dell’Ottocento. Tuttavia, le costituzioni concesse in alcuni Stati dopo i moti furono ritirate appena le rivoluzioni furono represse.

Nel 1848 ebbe luogo un’altra ondata rivoluzionaria e alcuni sovrani furono costretti nuovamente a emanare la costituzione, per poi ritirarla appena fu ristabilito l’ordine. Nel Regno di Sardegna le cose andarono diversamente. Non scoppiarono rivoluzioni ma il sovrano, Carlo Alberto, pur essendo inizialmente contrario a emanare la costituzione, decise di concederla per prevenire possibili ribellioni e per andare incontro ai desideri dei settori più avanzati della società. Perciò in febbraio annunciò lo Statuto con un proclama e in marzo lo promulgò. Il testo fu redatto dai suoi consiglieri. L’anno successivo il sovrano, sconfitto dagli austriaci nella battaglia di Novara, fu sostituito sul trono dal figlio Vittorio Emanuele II, che decise di lasciare in vigore lo Statuto. Il Regno di Sardegna si pose dunque su una posizione più moderna rispetto agli altri Stati italiani, che ritirarono le costituzioni e continuarono a governare con un assolutismo ormai anacronistico.

Le caratteristiche della carta costituzionale del Regno d’Italia
Lo Statuto albertino, composto da un preambolo e da 84 articoli, era una costituzione “ottriata”, cioè concessa dal re, e non votata dai cittadini o da loro rappresentanti. Il sovrano la concesse, come si legge nel preambolo, «con lealtà di Re e con affetto di Padre» allo scopo di «conformare le loro sorti [dei sudditi] alla ragione dei tempi, agli interessi ed alla dignità della Nazione».
Lo Statuto stabiliva anzitutto che l’unica religione dello Stato era quella cattolica e gli altri culti erano tollerati. Recita l’articolo 1:
La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi.
All’articolo successivo, lo Statuto stabiliva che il Regno era retto da un governo monarchico rappresentativo. Per la successione al trono vigeva la legge salica (cioè lo potevano ereditare solo i discendenti maschi del sovrano). Articolo 2:
Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica.
Negli articoli successivi, lo Statuto stabiliva che il potere esecutivo apparteneva al re, mentre il potere legislativo era condiviso dal sovrano con un parlamento composto da due camere: un Senato di nomina regia e una Camera dei deputati elettiva (la legge elettorale, non contenuta nello Statuto, prevedeva che avessero diritto al voto solo le persone più ricche). Il potere giudiziario era amministrato da magistrati nominati dal re, dal quale «emanava» la giustizia. Più in generale, lo Statuto riservava al sovrano ampi poteri: era capo delle forze armate, promulgava le leggi, nominava le cariche dello Stato, aveva il potere di sciogliere la Camera dei deputati (avrebbe dovuto però riconvocarla entro quattro mesi). Il governo, secondo lo Statuto, era responsabile di fronte al re e non di fronte alle Camere.

Ai sudditi (non si usava il termine “cittadini”) erano garantiti alcuni diritti fondamentali, tra i quali la libertà personale (non si poteva essere arrestati se non su disposizione dell’autorità giudiziaria), il diritto di associazione, la libertà di stampa (con la precisazione che la legge avrebbe represso gli abusi), l’inviolabilità del domicilio.
Lo Statuto conteneva anche disposizioni in merito alla leva militare obbligatoria, al riconoscimento dei titoli nobiliari, ai simboli dello Stato e ad altre materie. Non era prevista, però, una procedura per modificare lo Statuto (è discutibile se si debba considerare una costituzione rigida o flessibile).
Il confronto con la Costituzione della Repubblica e gli effetti dello Statuto
AI nostri occhi, lo Statuto albertino può apparire retrogrado e autocratico, soprattutto se lo si confronta con la nostra Costituzione repubblicana. Lo Statuto, infatti, era concesso dall’alto, e non votato dai cittadini, e riservava gran parte dei poteri a un’autorità non elettiva, il sovrano. Rispetto alla Costituzione, inoltre, mancavano numerosi diritti, in primis quelli del lavoro (sulla quale la Costituzione fonda la nostra Repubblica) e molte altre caratteristiche “moderne”.
La differenza principale, in sintesi, era che lo Statuto Albertino era una carta concessa e flessibile, basata sul potere del monarca, mentre l'attuale Costituzione del 1948 era invece un testo votato dal popolo, rigido e democratico, dove la sovranità appartiene ai cittadini.
Per l’epoca nella quale fu redatto, lo Statuto albertino era un testo avanzato e progressista. Anzitutto, permise la nascita del Parlamento, che poneva un limite al potere assoluto del sovrano. Inoltre, riconoscendo i diritti degli abitanti del Regno, agevolò il progresso della società. Per esempio, il diritto di associazione, garantito dall’articolo 32, fece sì che nel Regno di Sardegna nascessero le società di mutuo soccorso, che fungevano da cassa previdenziale, garantendo un sussidio ai lavoratori ammalati o troppo anziani: un progresso di grande portata in un’epoca in cui non esistevano sistemi di welfare gestiti dallo Stato. Più in generale, i diritti garantiti dallo Statuto facevano sì che il Regno di Sardegna fosse più avanzato rispetto agli altri Stati preunitari. Non a caso, sarà proprio lo Stato sardo a mettersi alla testa al processo di unificazione nazionale.

L’applicazione a tutta l'Italia unita
Nel 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, lo Statuto albertino fu esteso a tutto il Regno. Restò in vigore fino all’instaurazione della Repubblica e formalmente non fu mai modificato. Tuttavia, molte caratteristiche del sistema politico cambiarono nel corso degli anni. Sin dall’Ottocento, il Parlamento assunse un ruolo più importante di quanto prevedesse lo Statuto e il governo divenne di fatto responsabile di fronte alla Camera dei deputati. Il re, di fatto, perse una parte dei poteri che gli garantiva lo Statuto e il sistema politico divenne più liberale
Lo Statuto albertino restò in vigore, formalmente, anche durante il regime fascista, ma molte sue disposizioni non furono più applicate. Anzitutto, i diritti dei cittadini previsti dallo Statuto, a partire dalla libertà personale e dal diritto di associazione, furono negati dalla dittatura. Inoltre, il regime creò nuove istituzioni, non previste dallo Statuto, come il Gran consiglio del fascismo e, nel 1939, la la Camera dei fasci e delle corporazioni, che sostituì la Camera dei deputati. Lo Statuto cessò di essere applicato dopo la caduta del fascismo e con l’instaurazione della Repubblica perse ogni valore.

Il referendum del 2 giugno 1946, come sappiamo, abolì la monarchia e fece venire definitivamente meno l’applicabilità dello Statuto. Il primo gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica.