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16 Aprile 2026
10:51

Perché la crisi energetica per il blocco di Hormuz ci ricorda lo shock petrolifero del 1973: le differenze

L’aumento del prezzo del petrolio, provocato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, ha fatto tornare alla mente lo shock petrolifero del 1973 e quello, più contenuto, del 1979. Quanto furono simili alla situazione odierna? E cosa abbiamo imparato da quelle crisi?

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Perché la crisi energetica per il blocco di Hormuz ci ricorda lo shock petrolifero del 1973: le differenze
Crisi 1973 copertina
Un’immagine dello shock petrolifero del 1973.

La crisi economica del 1973 fu provocata dal repentino aumento del prezzo del petrolio, deciso dai Paesi arabi dopo lo scoppio della guerra del Kippur, per l’appoggio occidentale allo Stato di Israele. La crisi mise fine a un lungo periodo di prosperità economica e comportò l’introduzione di misure di austerità (“austerity”), come il divieto di usare le automobili di domenica. Da allora, l’approvvigionamento di petrolio è diventato una preoccupazione costante dei governi e dell’opinione pubblica. Un altro shock petrolifero ebbe luogo nel 1979 dopo la Rivoluzione islamica in Iran.

L’attuale rialzo del prezzo del greggio presenta alcuni elementi in comune con le crisi degli anni ’70. Oggi, però, la situazione è meno grave, anche perché abbiamo imparato, almeno in parte, a diversificare le fonti di energia.

Crisi petrolifera del 1973: cause e conseguenze

La crisi del 1973 scoppiò in seguito all’inizio della guerra dello Yom Kippur. Il 6 ottobre 1973 (quando cadeva la festa del Kippur, cioè dell’espiazione, secondo la religione ebraica) gli eserciti dell’Egitto e della Siria attaccarono Israele, che sei anni prima li aveva a sua volta attaccati. Poiché lo Stato ebraico godeva del sostegno dei Paesi occidentali, in particolar modo di quello degli Stati Uniti, i Paesi arabi produttori di petrolio decisero di reagire contro l'Occidente e stabilirono di ridurre le esportazioni di greggio e di raddoppiare il prezzo.

Gli effetti furono immediati. Il prezzo del petrolio in pochi mesi quadruplicò: da 3 dollari al barile nell’ottobre del 1973 a 11-12 dollari a gennaio del 1974. Il fatto che la guerra fosse terminata il 25 ottobre, dopo sole tre settimane, non comportò che i prezzi tornassero ai livelli precedenti.

Il prezzo del petrolio (Jashuah via Wikimedia Commons)
Il prezzo del petrolio dal 1861 al 2015 (credit Jashuah via Wikimedia Commons)

La crisi mise fine al periodo di relativa prosperità che durava dalla fine della Seconda guerra mondiale. Prese avvio un fenomeno economico sconosciuto fino ad allora, la stagflazione, cioè il verificarsi contemporaneamente della stagnazione produttiva e dell’inflazione. La disoccupazione aumentò in misura assai rilevante in numerosi Paesi. Gli effetti della crisi furono particolarmente sensibili in Europa, per la dipendenza dal petrolio arabo, ma colpirono tutto il pianeta.

La crisi ebbe anche conseguenze psicologiche sulla mentalità collettiva, contribuendo a far comprendere ai cittadini l’importanza dell’approvvigionamento energetico. È da allora che il petrolio è diventato oggetto di discussione nella scena pubblica: è come se i cittadini e i governi si fossero resi conto che il petrolio non è una risorsa infinita.

Dalla crisi del 1973, non a caso, è aumentato l’interesse per le fonti di energia alternative, come quella nucleare, e si è sviluppata una più specifica attenzione per le fonti rinnovabili. Gli effetti della crisi, però, non furono negativi in tutto il mondo: i Paesi produttori di petrolio, in particolare gli Stati arabi membri dell'Opec, non solo trassero benefici economici dallo shock, ma acquisirono anche maggiore consapevolezza del loro ruolo geopolitico e dell’importanza della risorsa che possiedono.

L’austerity in Europa e in Italia: le “domeniche a piedi”

Per far fronte alla crisi, molti Paesi dovettero introdurre misure di austerità, miranti a ridurre il consumo di idrocarburi: riduzione dell’illuminazione pubblica, limiti all’uso dei mezzi di trasporto a motore, ecc. L’Italia fu uno dei Paesi nei quali le misure furono più restrittive. Il 23 novembre 1973 il governo approvò un pacchetto di interventi, dei quali il più importante era il divieto di usare mezzi a motore privati di domenica. Le strade italiane si riempirono di pedoni, biciclette, persino gente a cavallo.

Corso Buenos Aires. Doenica a piedi (Wikimedia Commons)
Milano, corso Buenos Aires. Domenica a piedi (Wikimedia Commons)

Fu inoltre ordinato lo spegnimento delle insegne di bar e negozi, fu disposta la chiusura anticipata dei locali, fu stabilito che il telegiornale della sera iniziasse alle 20,00, invece che alle 22,00 (l’orario è restato in vigore dopo la crisi), il tutto allo scopo di spingere gli italiani a stare svegli meno a lungo e ridurre così il consumo di energia.

Le regole dell'austerity restarono in vigore fino alla primavera del 1974. In aprile furono alleggerite (dal divieto di circolazione di domenica si passò alle targhe alterne) e in giugno del tutto abrogate. Il governo, però, introdusse anche altre misure, come la ricerca di fonti alternative di energia e il potenziamento delle centrali nucleari, destinate ad avere conseguenze di lungo periodo.

Lo shock petrolifero del 1979

Nel 1979, in seguito alla rivoluzione islamica in Iran (cioè l'estromissione dal potere dello Scià e l'instaurazione del regime teocratico ancora oggi esistente), il mondo conobbe un altro shock petrolifero. A differenza del 1973, l’aumento del prezzo del greggio non fu una scelta deliberata, ma una conseguenza del calo di produzione nel territorio iranico. Il prezzo al barile passò da 13 a 35-40 dollari. Gli effetti, però, furono più contenuti, grazie al fatto che molti Paesi dopo la crisi del 1973 avevano iniziato a diversificare le fonti di energia. A differenza dello shock precedente, non si sviluppò la stagflazione, ma si verificò una semplice inflazione, e non furono introdotte misure di austerità.

Code per la benzina nel 1979 (Wikimedia Commons)
Code per la benzina nel 1979 (Wikimedia Commons)

Le differenze tra la situazione attuale e gli shock petroliferi del passato

Le crisi del 1973 e del 1979 apparentemente hanno degli elementi in comune con la situazione creata dal blocco dello Stretto di Hormuz. Oggi come allora, a causa di un conflitto in Medioriente un Paese produttore di petrolio ha provocato un repentino aumento dei prezzi al barile. Tuttavia, tra la crisi attuale e quelle passate sussistono differenze molto nette.

Anzitutto, oggi l’aumento del prezzo è, in proporzione, molto più contenuto, da circa 65 dollari al barile di febbraio a circa 100 di aprile: una crescita di circa il 30%, mentre fu pari al 400% nel 1973 e al 300% nel 1979. Oggi, inoltre, il mondo è più “preparato”, le fonti di energia sono diversificate e molti Stati possiedono riserve strategiche di idrocarburi. Per tale ragione, l’economia è maggiormente resistente all’aumento del prezzo del petrolio, sebbene non sia del tutto immune dai danni che provoca.

Un’altra differenza risiede nel fatto che nel 1973 (ma non nel 1979) l’aumento del prezzo era direttamente controllato dai Paesi produttori e non lasciato alle fluttuazioni del mercato, mentre oggi il costo del petrolio non è stabilito dai produttori e aumenta anche solo per le minacce di attaccare le petroliere che passano da Hormuz.

Nel complesso, la crisi odierna è meno grave di quelle del passato, in particolare di quella del 1973. Al momento nessun Paese ha introdotto misure di austerità come quelle degli anni ‘70 e, sebbene il futuro sia sempre imprevedibile, appare improbabile che possano essere introdotte nel prossimo futuro.

Fonti
Noraini Zulkifli, The Opec Oil Shock Crisis (1973): An Analysis, PHILIP K. VERLEGER, JR. Yale University The U.S. Petroleum Crisis of 1979
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