
Tra il Nilo nubiano e il Mar Rosso, nel deserto di Atbai, una vasta regione dell'Africa nord-orientale (compresa tra l'attuale Egitto sudorientale e Sudan nordorientale) ancora poco conosciuta dal punto di vista archeologico, le immagini satellitari hanno rivelato le tracce di una antica civiltà poco conosciuta, con una tradizione funeraria monumentale finora sottovalutata. Un nuovo studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori dell'Atbai Survey Project
ha infatti identificato ben 280 strutture caratterizzate da un recinto circolare o ovale in pietra fino a 80 m di diametro contenente sepolture e circondate da resti animali: gli autori le definiscono Atbai Enclosure Burials (AEB). Di queste, 260 sono state individuate grazie al telerilevamento. Lo studio, che ha come capofila Julien Cooper della Macquarie University di Sydney, in Australia, è stato pubblicato sulla Rivista di Archeologia Africana.
Le strutture individuate sono distribuite attraverso l'intero Atbai, dall'Alto Egitto fino alle regioni dell'attuale Eritrea. Hanno dimensioni molto variabili, con diametri compresi tra i 5 e gli 82 metri, ma condividono una concezione architettonica di fondo. Alcuni dei complessi meglio conosciuti mostrano numerose sepolture interne, comprendenti sia esseri umani sia animali, a testimonianza dell'importanza centrale del bestiame. Il caso meglio documentato è quello di Wadi Khashab, in territorio egiziano, dove uno scavo ha interessato un recinto circolare di circa 18 metri di diametro. Al suo interno sono state individuate oltre 25 sepolture, tra cui quella di un individuo attorno alla quale erano disposti bovini, pecore e un bambino. Le datazioni disponibili collocano le diverse deposizioni tra il V e il IV millennio a.C.; il monumento venne successivamente riutilizzato nel II millennio a.C.

La distribuzione delle AEB offre un indizio importante sulla società che le costruì. La maggior parte dei monumenti si trova vicino ai wadi, i corsi d'acqua effimeri del deserto: la distanza media da un alveo attuale è di circa 196 metri. Secondo gli autori, questa collocazione riflette probabilmente la ricerca di aree favorevoli al pascolo e all'approvvigionamento idrico. Le tombe monumentali sarebbero quindi strettamente legate ai territori frequentati dalle comunità pastorali seminomadi. Gli animali hanno un ruolo centrale nell'interpretazione. La presenza di bovini, capre e pecore collega le AEB a società pastorali nelle quali il bestiame aveva anche un'importante dimensione sociale e rituale.
Gli autori parlano di una cultura pastorale locale dell'Atbai, sviluppatasi soprattutto nel IV e III millennio a.C., nel contesto della progressiva aridificazione successiva al periodo umido africano, con la fine del "Sahara verde".

Il declino di questa tradizione monumentale viene collocato probabilmente nel III millennio a.C.. Gli autori propongono un modello nel quale il cambiamento climatico, la riduzione delle risorse idriche e la pressione esercitata dal pascolo sulla vegetazione agirono insieme. L'inaridimento non sarebbe stato quindi un processo esclusivamente climatico: anche l'attività umana e animale avrebbe contribuito alla trasformazione dell'ambiente.

Le AEB rappresentano infine una manifestazione locale di un fenomeno più ampio: in diverse regioni del Sahara e dell'Arabia, società pastorali preistoriche costruirono grandi monumenti funerari proprio mentre i paesaggi diventavano progressivamente più aridi. Nel caso dell'Atbai, questi monumenti permettono di intravedere una società mobile capace di trasformare il deserto in un paesaggio organizzato intorno all'acqua, al pascolo, agli animali e alla memoria dei defunti.