
Il Servizio Meteorologico Nazionale del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha dichiarato l'inizio di El Niño nel Pacifico tropicale, che si intensificherà fino a raggiungere un livello moderato o forte in autunno. Secondo le previsioni, c'è una probabilità del 63% che il fenomeno si rafforzi fino a diventare “molto forte”, con temperature superficiali dell'oceano superiori di 2,0 °C rispetto alla media.
Attenzione, però, gli effetti di El Niño in Italia restano limitati e, soprattutto, non esiste una relazione diretta e affidabile tra la presenza o l'intensità di El Niño e un'estate calda in Europa. In altre parole, le ondate di calore di questa estate non saranno legate a questo fenomeno: allo stesso modo, l'anticiclone africano in arrivo sul nostro Paese la prossima settimana non dipende da questo fenomeno climatico.
Un ripasso generale: cos'è El Niño e quali sono i possibili impatti
Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire da un concetto più ampio: El Niño rappresenta la fase calda dell'ENSO (acronimo di El Niño-Southern Oscillation), un pattern climatico che interessa l'Oceano Pacifico tropicale (e l'atmosfera sovrastante), e che si manifesta in cicli che si ripetono in media ogni 2-7 anni.
L'ENSO, quindi, non è un singolo evento, ma un'oscillazione che si alterna in tre fasi: El Niño (durante il quale si registra un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale), La Niña (che, all'opposto, è caratterizzata dal raffreddamento anomalo delle stesse aree) e la fase neutra, in cui le condizioni restano più vicine alla media.
L'inizio di El Niño, in particolare, viene dichiarato dal NOAA quando le temperature nella fascia equatoriale del Pacifico superano di almeno 0,5 °C la media per diversi mesi consecutivi. In genere questo fenomeno ciclico dura all'incirca tra i 9 e i 12 mesi, anche se in alcuni casi può persistere fino a 2 anni.
Ma le temperature anomale, comunque, non bastano: i meteorologi monitorano anche la cosiddetta Circolazione di Walker, un massiccio flusso d'aria da est a ovest guidato dalle differenze di temperatura e pressione tra le acque calde del Pacifico occidentale e quelle fredde del Pacifico orientale. Nella pratica, quando questa circolazione si indebolisce e le acque più calde si spostano verso est (quindi dall'Asia in direzione del Sud America), viene dichiarato El Niño.
Secondo le previsioni appena emesse dal NOAA, El Niño si intensificherà fino a raggiungere un livello moderato o forte in autunno. Il picco, quindi, è previsto per l'inverno 2026: i meteorologi prevedono tra l'altro una probabilità del 63% che le temperature superficiali del mare superino i 2,0 °C nella regione del Pacifico monitorata da El Niño. Se questa soglia dovesse essere effettivamente superata, il NOAA classificherebbe l'evento come un El Niño «molto forte». La denominazione “Super El Niño”, infatti, è puramente giornalistica e non è utilizzata come classificazione ufficiale.

Dal punto di vista degli effetti di El Niño, quelli più diretti e documentati riguardano le Americhe, l'Asia e l'Oceania, dove il fenomeno può alterare la distribuzione delle piogge, le temperature e la frequenza degli eventi estremi. Gli impatti di questo fenomeno, comunque, tendono ad essere più significativi durante l'inverno nell'emisfero settentrionale: nel corso di una stagione invernale caratterizzata da El Niño, la corrente a getto sull'Oceano Pacifico settentrionale tende a spostarsi verso sud, portando la traiettoria delle tempeste sulla fascia meridionale degli Stati Uniti.
Questo si traduce in maggiori precipitazioni in parti del Sud America, negli Stati Uniti meridionali e nel Corno d'Africa, portando invece maggiore siccità su America centrale, Australia, Indonesia e parti dell'Asia meridionale.
In ogni caso, come anche evidenziato da Ken Graham, direttore del Servizio Meteorologico Nazionale (NWS) della NOAA, «non tutti gli El Niño sono uguali, ognuno è unico e lascia la propria impronta sul nostro clima». In casi come questo, resta quindi essenziale il monitoraggio avanzato, per una migliore comprensione dei modelli di El Niño.
Gli effetti in Italia e in Europa: il vero colpevole è il riscaldamento globale
Davanti a questo scenario, viene spontaneo chiedersi quali potrebbero essere i possibili effetti sull'Italia. Questa estate, molto probabilmente, l'Europa sarà attraversata da intense ondate di calore (la prima delle quali è già avvenuta a fine maggio), che però non saranno legate a El Niño: il segnale che arriva dal Pacifico tropicale, per quanto forte alla sua origine, tende infatti ad attenuarsi e a essere “filtrato” da una catena complessa di interazioni atmosferiche prima di raggiungere il Mediterraneo.
Questo significa che, come evidenziato anche dall'ARPAL (l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente Ligure), non esiste una relazione diretta e affidabile tra la presenza o l'intensità di El Niño e un'estate calda in Europa.
Gli eventuali effetti di questo fenomeno sul nostro continente sono quindi indiretti, variabili e spesso secondari rispetto ad altri fattori, come la disposizione dell'alta e della bassa pressione tra Europa, Atlantico e Nord Africa, oppure le oscillazioni della corrente a getto.
Da considerare, poi, c'è anche una questione di tempistica: anche se El Niño si è ufficialmente sviluppato, non è in grado di generare effetti così immediati sulla stagione calda europea. Come abbiamo visto, El Niño si sviluppa nel Pacifico equatoriale e il sistema oceano-atmosfera risponde con una certa inerzia ai primi cambiamenti della circolazione su larga scala. Ecco perché, secondo gli esperti, in Europa dovremo fare conto con eventuali impatti di El Niño tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027.
Il punto centrale, quindi, è un altro. Oggi l'Europa può sperimentare estati molto calde indipendentemente da quello che succede nel Pacifico. El Niño e La Niña possono contribuire ad amplificare (o attenuare) l'anomalia termica media su scala mondiale, ma il fattore dominante resta il riscaldamento globale di origine antropica, che ha innalzato le temperature di fondo e ha reso le ondate di calore più probabili, più intense e più persistenti, soprattutto sul Mediterraneo.
Come sottolinea l'ECMWF (il Centro Europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine), il cambiamento climatico non rende necessariamente El Niño più frequente o più forte, ma alza le temperature di fondo, amplificando potenzialmente gli impatti dei fenomeni climatici che già esistono. Per intenderci, El Niño non rappresenta il motore delle ondate di calore, ma è la miccia che può rendere i possibili impatti più devastanti.
Ad esempio, tra il 2015 e il 2016 si è verificato uno degli El Niño più intensi della serie storica, che ha contribuito a rendere il 2016 un anno da record termico globale. Eppure, gli anni più caldi mai registrati sono stati il 2024, il 2023 e il 2025, in un contesto che ha attraversato sia fasi di La Niña che di El Niño. Anche senza un El Niño particolarmente forte, le estati europee possono risultare sempre più calde.