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Se vi chiedessi di pensare ad un vulcano, che immagine vi verrebbe in mente? Probabilmente l'imponente Vesuvio, l'Etna, lo Stromboli o magari vulcani più morbidi e sinuosi come i Colli Albani, oppure quelli dal respiro ardente come i Campi Flegrei… Ma in quanti hanno pensato ai vulcani del passato? Tutti conosciamo le Alpi, ma scommetto che in pochi sanno che sotto di esse una volta c'era un supervulcano (o, per meglio dire, una grande caldera)! Scopriamo la geologia e la storia del Vulcano della Valsesia, un relitto a cielo aperto che possiamo ammirare ancora oggi, se sappiamo dove guardare.

Cos'è e dove si trova il supervulcano della Valsesia?

Geoparco Val Sesia UNESCO
in foto: Sesia Val Grande UNESCO Global Geopark (Credit: Google Earth)

Il supervulcano della Valsesia è stato un gigantesco vulcano localizzato in quello che ora è il cuore delle Alpi Occidentali. I supervulcani chiamati anche "grande caldere" sono caratterizzati da eruzioni ad altissima esplosività in cui vengono emessi anche migliaia di chilometri cubi di materiale (USGS) che portano generalmente al collasso della camera magmatica. Questi vulcani non hanno la classica forma a cono e può essere difficile individuarli – visto che solitamente l'unica porzione che resta è la caldera. In questo caso specifico è ancor più difficile visto che l'orogenesi ha modellato la superficie e i resti del vulcano, dando origine alle odierne Alpi.
Questo supervulcano è ora un relitto, un fossile geologico le cui strutture sono state portate in superficie dall'orogenesi alpina. La struttura si estende lungo la Val Sesia e la Val Sessera, fino a lambire il Lago Maggiore. Da settembre 2013 l'area è diventata parte del Sesia-Val Grande Geopark, riconosciuto dall'UNESCO.

La ricerca sul supervulcano fossile

Già da più di un secolo si è a conoscenza della presenza di rocce vulcaniche nella zona della Valsesia e della Valsessera e numerose sono state le teorie che hanno tentato di spiegare questo fenomeno geologico. La ricerca intitolata "The Sesia Magmatic System" è stata pubblicata sulla rivista internazionale Geology nel 2009 e ha proposto una teoria del tutto nuova sull'origine di queste rocce. I geologi e ricercatori Silvano Sinigoi dell'Università degli Studi di Trieste e James Quick dell'Università di Dallas sono stati i primi a proporre la presenza di un antico supervulcano anticamente situato "ai piedi" delle Alpi Occidentali.

Alpi
in foto: Visione aerea delle Alpi

Grazie a tecniche di datazione delle rocce è stato possibile interpretare i dati, definendo la zona come un unico grande sistema vulcanico, ormai fossile. Si stima che il complesso fosse attivo 290-280 milioni di anni fa e che, a partire dall'inizio dell'attività, l'attività vulcanica possa essere continuata per ben 10 milioni di anni. L'ultima eruzione probabilmente è avvenuta nel Paleozoico (più o meno tra 250 e 300 milioni di anni fa) emettendo più o meno 500 km3 di materiale. A seguito dell'esplosione l'edificio è collassato, lasciando spazio ad un'ampia caldera con diametro di almeno 13 km. Giusto per capirci, si parla di tempi molto antichi, in cui i continenti erano ancora uniti a formare la Pangea.

Gli affioramenti di rocce

Oggi la caldera non è più riconoscibile a causa del susseguirsi dei processi geologici che ne hanno modificato il profilo ma, con occhio attento, possiamo osservare alcune aree in cui riaffiorano rocce vulcaniche profonde. Queste sono arrivate in superficie grazie ai movimenti tettonici associati all'orogenesi alpina e hanno permesso di esporre il sistema di alimentazione dell'antico vulcano, profondo fino a 30 km. Gli affioramenti comprendono anche rocce come gabbri, kingiziti, graniti e dioriti, accompagnate dai resti del materiale eruttato che è poi ricaduto su rocce preesistenti.

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in foto: Peridotite, roccia ultramafica contente cristalli di olivina ((Mg2SiO4)

Questo complesso è uno dei pochissimi casi in cui è possibile osservare rocce affioranti di origine profonda, che di norma non raggiungono la superficie. Questo è stato possibile dai movimenti tettonici che hanno modellato la superficie, sollevando e ruotando la parte di crosta interessata dal vulcano, mostrandone le strutture più interne. Al crescere della catena alpina, i resti del supervulcano risalivano verso la superficie, piegati e stirati dagli sforzi tettonici – causati dalla collisione tra la placca Eurasiatica con quella Africana.
I risultati di questa ricerca permetteranno di capire sempre meglio i fenomeni eruttivi odierni e del passato, migliorando i sistemi di analisi e prevenzione.

Insomma, se andate a farvi una bella camminata in quei luoghi probabilmente state camminando sui resti di un supervulcano senza nemmeno saperlo!

Bibliografia
Sinigoi, S., Quick, J., Demarchi, G., Peressini, G. 2010. The Sesia Magmatic System. In: (Eds.) Marco Beltrando, Angelo Peccerillo, Massimo Mattei, Sandro Conticelli, and Carlo Doglioni, Journal of the Virtual Explorer, volume 36, paper 4, doi: 10.3809/jvirtex.2009.00218

Articolo a cura di
Nicole Pillepich