
Un nuovo studio internazionale ha fornito una ricostruzione dettagliata della zona del serbatoio magmatico situato sotto la caldera dei Campi Flegrei. È stato possibile osservare la struttura del sottosuolo fino alla profondità mai raggiunta prima di 50 km, grazie all’analisi di 5000 eventi sismici. È stata così individuata, a circa 16-20 km, la presenza di uno strato in parte fuso che rappresenta la sorgente dei magmi dei Campi Flegrei. Lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports, è il risultato di una collaborazione tra l’Instituto Volcanológico de Canarias (INVOLCAN), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Universidad Complutense de Madrid e l’Université de Genève. I ricercatori, tra l'altro, hanno fornito le prime immagini 3D dettagliate fino a 20 km di profondità.
Come si è ottenuta un’immagine dettagliata del serbatoio magmatico
Negli ultimi anni sono stati fatti numerosi studi per indagare la struttura profonda dei Campi Flegrei. Nel 2025, in particolare, i ricercatori sono riusciti a ottenere immagini 3D dettagliate fino a una profondità di 20 km. Queste hanno rivelato una zona di accumulo principale, costituita da rocce parzialmente fuse, a una profondità compresa tra gli 8 e il 20 km, e canali che potrebbero facilitare la risalita del magma attraverso la crosta. Ora il nuovo studio supera il record di profondità del 2025, ottenendo immagini addirittura dei primi 50 km. La ricostruzione è stata possibile analizzando i sismogrammi prodotti tra il 2016 e il 2022 da 5000 telesismi: terremoti che avvengono a grandi distanze. Le onde sismiche prodotte da questi terremoti attraversano l’intero pianeta e vengono riflesse e convertite quando incontrano variazioni delle proprietà delle rocce. Analizzarle permette di ricostruire la distribuzione dei diversi tipi di materiali nel sottosuolo.

La scoperta della sorgente dei magmi dei Campi Flegrei
Studiando le onde sismiche è stato individuato, a circa 16-20 km di profondità, uno strato caratterizzato da velocità molto basse delle onde sismiche, che testimonia la presenza di materiali fluidi. In particolare, è emerso che in questo strato è allo stato fuso fino al 30% delle rocce: si tratterebbe della sorgente dei magmi primitivi (cioè la cui composizione è cambiata di poco rispetto a quella di quando si sono formati) dei Campi Flegrei. L’indagine ha poi confermato la presenza tra 8 e 10 km di profondità di accumuli più piccoli di magma in raffreddamento, già individuati nel 2025.

Questi risultati rappresentano un importante passo avanti nella comprensione dei meccanismi che regolano il sistema vulcanico e di conseguenza nel monitoraggio della caldera e in generale nella corretta gestione del rischio vulcanico.
Spiega Lucia Pappalardo, direttrice dell'Osservatorio Vesuviano dell’INGV (INGV -OV):
I prossimi passi saranno indirizzati a comprendere sempre meglio il modo in cui le diverse parti del sistema magmatico sono collegate e come avviene il trasferimento del magma dalle profondità fino alla superficie, anche attraverso l’integrazione di differenti metodologie,