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9 Giugno 2024
17:00

Sempre più specie aliene nei nostri mari: la tropicalizzazione del Mediterraneo, cos’è e i suoi effetti

La tropicalizzazione del Mar Mediterraneo è una delle conseguenze più tangibili della crisi climatica: consiste nell'ingresso di specie aliene, talvolta invasive, provenienti da habitat tropicali o sub-tropicali. È un fenomeno che mette a richio la biodiversità nel Mare Nostrum.

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Sempre più specie aliene nei nostri mari: la tropicalizzazione del Mediterraneo, cos’è e i suoi effetti
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Sta diventando sempre più attuale il tema delle specie aliene nei nostri mari, cioè specie (animali o vegetali) che provengono da altri habitat mettendo potenzialmente a rischio gli equilibri e la biodiversità del Mediterraneo: pensiamo per esempio alla grande attenzione che è stata data al granchio blu nel 2022. Più di recente si sta parlando del vermocane nel Sud Italia, anche se non è una specie aliena, ma rappresenta comunque un problema perché è una specie tipica di altre zone del Mediterraneo. L'invasione di specie aliene nel Mediterraneo e i danni che ne conseguono sono un effetto della sua cosiddetta tropicalizzazione, che a sua volta è dovuta principalmente al riscaldamento globale.

Cosa si intende per “tropicalizzazione del Mediterraneo”: il significato

Quando si dice che il Mediterraneo si sta tropicalizzando si intende che il Mare Nostrum si sta popolando di specie (sia animali sia vegetali) tipiche di mari tropicali o sub-tropicali, che entrano nel Mediterraneo dall'Oceano Atlantico o dal Mar Rosso. In realtà il termine “tropicalizzaizone” è improprio: più corretto è parlare di meridionalizzazione, perché il bacino non ha ancora acquisito una fisionomia tropicale, tanto è vero che alcune specie predominanti (come le alghe frondose invece dei coralli) resistono ai cambiamenti. Uno studio del 2010 conta 955 specie “aliene” nel Mediterraneo (il 6% della biodiversità del Mediterraneo), 134 delle quali considerate invasive.

Perché il Mediterraneo si sta tropicalizzando: le cause

L'ingresso di specie tropicali in questa regione (per esempio la ricciola fasciata, Seriola fasciata, o l'alga Caulerpa taxifolia) è dovuto principalmente al riscaldamento globale che tra le sue conseguenze ha proprio l'aumento delle temperature delle acque mediterranee, rendendole più adatte a specie diffuse nelle zone climatiche più vicine ai Tropici. Il Mar Mediterraneo è particolarmente sensibile al riscaldamento globale: si è scaldato il 20% più velocemente della media globale, diventando peraltro sempre più salato. La sua tropicalizzazione può impattare in modo molto pesante sulla fauna e la flora locali, mettendo le “nuove” specie in competizione con quelle già presenti e alterando i delicati equilibri degli habitat marini.

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Caulerpa Taxifolia

Secondo una ricerca a cura dell’Istituto per le Risorse Biologiche e biotecnologie Marine (IRBM), pubblicata sulla rivista Global Change Biology, anche le attività umane (traffico, pesca intensiva ed eccessiva, inquinamento, scarico di navi) hanno un ruolo importante nella tropicalizzazione del Mediterraneo. Esistono infatti specie introdotte nel Mediterraneo, in modo volontario o per caso, soprattutto attraverso le acque di sentina delle navi e degli scafi provenienti da scoli e infiltrazioni, che spesso vengono scaricate in mare senza nessuna precauzione.

Quali sono gli effetti della tropicalizzazione del Mediterraneo: le conseguenze

La meridionalizzazione del Mar Mediterraneo è un fenomeno che mette a rischio la biodiversità marina. Ecco i principali effetti dell'ingresso di specie tropicali e sub-tropicali nel bacino del Mare Nostrum:

  • Alcune specie possono essere invasive e altamente distruttive: per esempio, il pesce coniglio e il pesce scorpione si stanno diffondendo nel Mediterraneo con conseguenze devastanti per gli ecosistemi nativi.
  • L’aumento delle meduse, che resistono più a lungo distruggendo le attività di pesca e travolgendo le spiagge turistiche. A rischio dunque è il settore della pesca nei Paesi del Mediterraneo, costretti negli ultimi anni ad adottare misure comunitarie restrittive sulla pesca e il “fermo biologico” per ripopolare la fauna marina.
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  • Rischio per le praterie di posidonia, una pianta acquatica minacciata dal riscaldamento delle acque e dall’innalzamento del livello del mare, con gravi conseguenze per la biodiversità e il carbonio cosiddetto “blu”. Le piante di posidonia immagazzinano dall’11% al 42% delle emissioni di CO2 dei Paesi mediterranei, perciò svolgono un ruolo fondamentale nella produzione di ossigeno. Grazie al suo sviluppo fogliare, la posidonia libera nell’ambiente fino a 20 litri di ossigeno al giorno per ogni metro quadro di prateria.
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  • La distruzione di argonie a causa di eventi atmosferici estremi: si tratta di una specie di corallo che ha un ruolo fondamentale in molti complessi ecosistemi del Mediterraneo. Nel 2018 una singola mareggiata nel Mar Ligure ha distrutto il 30 % di tutte le gorgonie in Liguria.
  • La scomparsa del mollusco comunemente noto come “nacchera”: si tratta del più grande bivalve endemico del Mediterraneo e uno dei più grandi al mondo, che può fornire habitat essenziali per moltissime specie, fino a 146 diverse.

Per tutti questi motivi il WWF promuove una campagna di protezione del mar Mediterraneo. L’obiettivo è fare in modo che il 30% del Mediterraneo sia protetto in maniera efficace entro il 2030. Esistono forti prove scientifiche che confermano come, aumentando la protezione in aree chiave del Mediterraneo, gli habitat marini potrebbero riprendersi, gli stock ittici chiave essere ricostituiti e noi potremmo combattere al meglio l’impatto del cambiamento climatico.

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