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28 Agosto 2026
14:00

Cosa succede ai ghiacciai in Himalaya: GLOF e frane sono un effetto del riscaldamento globale

La valanga di roccia e ghiaccio che ha causato l'inondazione tra Nepal e Tibet mostra l'estrema fragilità delle montagne Himalaya. Qui a causa del cambiamento climatico i ghiacciai e il permafrost fondono a un ritmo senza precedenti rendendo le pareti rocciose più instabili e a rischio di frane.

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Cosa succede ai ghiacciai in Himalaya: GLOF e frane sono un effetto del riscaldamento globale
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I ghiacciai del Tibet centrale visti da satellite. Credit: USGS/USGS

La catastrofica inondazione, causata da una valanga di roccia e ghiaccio, che il 26 agosto ha colpito il distretto di Rasuwa al confine tra Nepal e Tibet porta ancora una volta l’attenzione sui profondi cambiamenti che stanno interessando le catene montuose del pianeta e sui rischi geologici che li accompagnano. Anche se il legame tra la valanga e l’attuale riscaldamento globale è ancora oggetto di indagine, è indubbio che il territorio in cui ha avuto luogo stia diventando sempre più fragile a causa del cambiamento climatico. Nella regione dell’Hindu Kush-Himalaya ci sono oltre 63.700 ghiacciai, riserva d'acqua vitale per centinaia di milioni di persone. Tuttavia, negli ultimi decenni la regione si è riscaldata a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta e così in poco più di trent’anni i ghiacciai del Nepal hanno perso quasi un terzo della loro massa. Il ritiro dei ghiacci e il degrado del permafrost hanno reso più instabili i versanti, che sono soggetti a frane anche di grandi dimensioni.

Ci sono 63.700 ghiacciai nell'Hindu Kush-Himalaya: la fusione e le sue conseguenze

La regione dell’Hindu Kush-Himalaya è quella che, escluse le calotte polari, ospita il maggior volume di ghiaccio sul pianeta. I suoi ghiacciai, come riporta lo studio HKH Glacier Outlook 2026, sono oltre 63.700 e si estendono su una superficie di quasi 55.782 km2. Questi ghiacciai alimentano almeno dieci grandi sistemi fluviali, fornendo acqua potabile a centinaia di milioni di persone e garantendo il loro sostentamento a livello alimentare ed energetico. Tuttavia, costituiscono una risorsa sempre più a rischio. Negli ultimi trent’anni nella regione himalayana le temperature sono aumentate in media di 0,3 °C per decennio, circa il doppio più velocemente che nel resto del pianeta. Anche nelle aree in cui le precipitazioni sono abbondanti l’innalzamento delle temperature è sufficiente a determinare un significativo ritiro dei ghiacciai.

Tra il 1990 e il 2020, i ghiacciai della regione hanno perso circa il 12% della loro superficie, con perdite più rapide e accentuate per i ghiacciai di minori dimensioni. Nell’ultimo decennio, la loro velocità di fusione è aumentata di ben il 65% rispetto al decennio precedente. I ghiacciai del settore orientale dell’Himalaya sono quelli che si ritirano più rapidamente, con alcune aree che in trent’anni hanno perso fino al 33% della propria superficie glaciale.

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Il ghiacciaio Ngozumpa, in Nepal, che si sta riducendo per effetto del cambiamento climatico.

Recenti studi hanno evidenziato che queste perdite di massa glaciale non sono sempre graduali, ma possono avvenire improvvisamente, causando repentine variazioni della portata dei fiumi e della quantità di detriti trasportati a valle. Acqua e sedimenti vengono convogliati molto rapidamente nelle strette e profonde valli fluviali, originando inondazioni e colate detritiche. Un altro dato allarmante riguarda il monitoraggio dei ghiacciai himalayani: soltanto una minima parte è sottoposta a sorveglianza, quindi i rischi per la popolazione sono altissimi.

Il fenomeno dei GLOF, i Glacial Lake Outburst Flood

Quando i ghiacciai si ritirano, di fronte alla loro parte terminale emergono superfici rocciose in cui avevano scavato depressioni mentre avanzavano. All’interno di queste conche si accumula l’acqua di fusione dei ghiacciai, che origina laghi. L’Himalaya ospita migliaia di questi laghi, il cui numero è in crescita soprattutto tra 4000 e 5000 m di quota. Il continuo afflusso di acqua di fusione nei laghi o il crollo al loro interno di masse di detriti o ghiaccio possono far cedere gli sbarramenti di depositi morenici che li delimitano. A questo punto si verificano i cosiddetti GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), distruttive inondazioni che investono il fondovalle, piuttosto frequenti nella regione himalayana.

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La variazione di volume dei laghi glaciali nell'Himalaya tra il 2000 e il 2020. Credit: ESA

Questi eventi sono quindi favoriti dall’instabilità dei versanti montuosi, che li predispone a fenomeni franosi. In un territorio già caratterizzato da elevatissime pendenze, il ritiro dei ghiacciai fa diminuire la pressione esercitata sulle rocce delle pareti, che così diventano ancora più instabili. A questo si aggiunge il ruolo dell’acqua proveniente dalle precipitazioni monsoniche e di quella di fusione dei ghiacciai, che penetra nelle fratture molto facilmente perché le temperature elevate hanno compromesso il permafrost, che ha una preziosa funzione di “sigillante” in grado di ostacolare l’infiltrazione dell’acqua in profondità. I crolli possono avvenire sotto forma di valanghe di roccia e ghiaccio, che contengono anche acqua di fusione. Queste masse possono percorrere molto rapidamente notevoli dislivelli inglobando altri materiali solidi e fluidi e trasformandosi in colate che si incanalano nel fondovalle e distruggono tutto ciò che incontrano.

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La dinamica di una valanga di ghiaccio e roccia. Credit: Fan et al. 2024

La situazione delle aree montuose del pianeta

Le aree montuose del pianeta sono quelle che si stanno riscaldando più velocemente. Questo perché arretrando, i ghiacciai espongono la roccia nuda sottostante, che essendo scura assorbe più calore e ne riflette meno rispetto al ghiaccio. Si genera così un circolo vizioso: più le temperature aumentano, più velocemente fondono i ghiacciai, più le temperature crescono a causa del maggiore assorbimento di calore da parte delle rocce e così via.

Attualmente in tutte le aree montuose del pianeta i ghiacciai si stanno ritirando e stanno diminuendo di spessore a causa del riscaldamento globale. Si stima che, tra il 2000 e il 2023, i ghiacciai abbiano perso in media una massa di circa 273 miliardi di tonnellate all’anno. La variazione media complessiva dello spessore del ghiaccio, considerando tutti i ghiacciai monitorati tra il 1976 e il 2025, è pari a circa 16,5 m.

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L'area di distacco di un'enorme frana dovuta al ritiro di un ghiacciaio, che ha causato un megatsunami in Alaska. Credit: Cyrus Read / U.S. Geological Survey

In queste regioni la fusione del permafrost contribuisce a crolli diffusi anche di grandi dimensioni. Sulle nostre Alpi durante l’estate 2026 grandi frane hanno interessato il Cervino, il Monte Bianco e le Dolomiti. Talvolta i crolli coinvolgono anche il ghiaccio, come è accaduto nel 2025 nel Vallese, dove un’enorme valanga di roccia e ghiaccio ha sepolto il paese di Blatten.

Alcuni eventi che si sono registrati negli ultimi anni nelle zone montuose del pianeta sono di portata storica. Un esempio è l’enorme frana di 65 milioni di metri cubi che nel 2025 si è staccata dalle pareti del fiordo Tracy Arm nell’Alaska sudorientale, a causa del ritiro improvviso di un ghiacciaio. Il crollo ha generato il secondo tsunami più grande che sia mai stato originato da frane, con un’onda alta ben 481 m.

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