
Il Palmeral di Elche, situato in Spagna vicino ad Alicante, è il palmeto più grande d’Europa: oltre 200.000 palme da dattero – appartenenti alla specie Phoenix dactylifera L., originaria del Medio Oriente e del Nord Africa – che possono raggiungere un’altezza di 30 metri e vivere oltre 300 anni.
Il palmeto è un esempio eccezionale di utilizzo sostenibile dell'ambiente fin dall’epoca dei Fenici, che hanno introdotto la palma da dattero in Spagna: la sua coltivazione è stata portata avanti dai Romani e consacrata dagli Arabi, che lo hanno strutturato come una vera e propria oasi agricola nel terreno arido della regione. Nel 2000 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, come esempio unico di paesaggio storico e testimonianza della trasmissione culturale di sapere tra Oriente e Occidente.
Il palmeto di Elche nell’antichità
La presenza di palme nella zona di Elche è documentata fin da tempi antichi: nel I millennio a.C. i Fenici introdussero la palma da dattero, di cui sono giunti a noi resti fossili di semi e raffigurazioni iconografiche delle palme. Fu proprio questo popolo, grazie alle conoscenze agricole avanzate, a sviluppare l’idea del palmeto come coltivazione agricola organizzata.

I Romani, tra il III a.C. e il V secolo d.C. conservarono il palmeto e ne compresero il valore economico, inserendo la palma e i suoi frutti tra i beni commerciabili: quando gli islamici presero il controllo del territorio, tra l’VIII e il XIII secolo d.C. trovarono quindi una coltivazione rigogliosa e in ottima salute, che fecero prosperare al massimo del suo splendore.
Dallo splendore arabo all’età contemporanea
Gli Arabi, forte della loro esperienza in Medio Oriente, introdussero tecniche innovative di irrigazione, creando una rete di canali – gli acequias – che incanalavano le acque del fiume Vinalopò, e divisero il palmeto in zone, gli huertos, gli orti.
Ciò permise al terreno arido e irrigato perlopiù da acqua salmastra, che rendeva quindi il terreno poco fertile, di prosperare: il palmeto divenne così un’oasi agricola organizzata con disposizione semi-geometrica, architettura che conserva ancora oggi. Oltre alle palme vennero introdotte altre specie vegetali, coltivazioni di piante e verdura, per creare un microcosmo ricco di opportunità data l’aridità circostante.
Con la Reconquista Cristiana, dal XIII secolo d.C. in avanti, si optò per la conservazione e mantenimento del palmeto, che servì soprattutto per produrre datteri e fornire le palme per la celebrazione della Domenica delle Palme precedente alla Pasqua.
Nei secoli più recenti, tra l’età moderna e contemporanea, il palmeto viene integrato nell’urbanizzazione della città in espansione, e vengono introdotte norme e leggi che consentono la sua tutela e la gestione del territorio.
Il Palmeral oggi: architettura e organizzazione
L’architettura del palmeto, come abbiamo visto, è ancora quella impostata in epoca araba: le palme sono piantate in file singole o doppie, seguendo il rettilineo dei canali di irrigazione. La geometria si ritrova anche nei confini degli orti che sono rettilinei, quadrati o rettangolari( in minor numero). Gli huertos sono circondati da muretti di pietra o recinti di foglie di palma intrecciate, i cascabots.

Nel palmeto oggi non ci sono solo palme: all'interno degli appezzamenti si coltiva anche erba medica per gli animali, melograni, ulivi, carrubi e alcune verdure. Oggi come in passato, il palmeto è una vera e propria oasi di produzione agricola.
All’interno del palmeto ci sono edifici di ispirazione araba, decorazioni di verde urbano, spazi tecnici, percorsi visitabili e molto altro.
A prendersi cura delle palme ci sono i palmereros, professionisti agricoli che custodiscono un sapere antico e tramandato nel tempo. I palmereros potano le palme – la potatura è fondamentale per garantire la salute e la prosperità della pianta – arrampicandosi con corde naturali e cinture in fibra e si occupano di mantenere l’ecosistema in salute.
Riconosciuto dall’UNESCO: simbolo di dialogo tra culture
Nel 2000, il palmeto di Elche è stato riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità, titolo conferito dall’UNESCO, proprio perché si tratta di un’opera eccezionale che ha permesso a una terra arida di trasformarsi in luogo dell’agricoltura e della convivenza tra diversi saperi e culture.
Fenici, Romani, Arabi, Cristiani e civiltà europee moderne hanno contribuito, nel corso dei millenni, a mantenere il palmeto in ottima salute e attività e a renderlo, grazie alla trasmissione del sapere agricolo e culturale, un luogo vivo e perfettamente integrato con la città circostante.
È una memoria collettiva che tutt’oggi può essere apprezzata: si può infatti visitare il Parco Municipale (con edifici singolari e fonti d'ispirazione neo-araba), l'Huerto del Cura (dichiarato Giardino Artistico Nazionale), il Museo del Palmeto.